“Quarantacinque giorni di fermo e 7.500 euro di multa per la Sea Watch 5“, ha scritto sul suo profilo X il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, precisando che le attività di soccorso in mare “devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”. Il soccorso contestato è del 13 agosto: sei persone raccolte in acque internazionali, avviso all’Italia e ai Paesi europei limitrofi, silenzio verso il sedicente centro di coordinamento libico, che poco dopo l’intervento, racconta l’organizzazione, ha mandato uomini armati a intimare all’equipaggio di allontanarsi dal “loro territorio”. La nave batte bandiera tedesca.
Il conto complessivo, quello che non entra in nessun post, lo tiene la Justice Fleet, alleanza di tredici organizzazioni di ricerca e salvataggio: dall’entrata in vigore della norma, il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo contro 41 navi di soccorso, per 1.075 giorni complessivi. Quasi tre anni di banchina. Nello stesso periodo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale sono annegate o scomparse oltre 6.490 persone, e il 2026 corre peggio: solo nel primo semestre i morti e i dispersi sono stati più di 1.330, l’avvio d’anno più letale da quando l’agenzia ha cominciato a contarli, come ha scritto il Progetto Melting Pot.
Il decreto che nessuno chiama per nome
Lo strumento è il decreto-legge 1/2023. Il cosiddetto decreto Cutro è il 20/2023, arrivato il 10 marzo con il Consiglio dei ministri in trasferta e le telecamere accese. Il decreto Piantedosi invece è del 2 gennaio 2023, poi convertito nella legge 15/2023 e si è limitato a innestare un comma, il 2-sexies, dentro il decreto 130/2020 del governo precedente. Funziona proprio per questo. Una norma senza un nome che scotti si applica quarantuno volte e la conta non arriva mai in prima pagina.
Nell’ottobre 2024 il decreto 145/2024, convertito nella legge 187/2024, ha rimodulato la sanzione: fermo da dieci a venti giorni, da trenta a sessanta in caso di reiterazione, confisca della nave alla violazione successiva.
I quarantacinque giorni inflitti alla Sea Watch 5 stanno nella fascia della reiterazione. Solo che la stessa norma chiama reiterazione la violazione commessa da chi, nel quinquennio precedente, si sia già visto accertare una violazione anteriore “con provvedimento esecutivo”. Lucia Gennari, avvocata dello Studio legale Antartide e legale di Sea Watch, ha spiegato a Collettiva che il governo «usa male la stessa legge che ha prodotto»: gli accertamenti precedenti sono appesi ai ricorsi, e aggravare oggi una sanzione su una base che domani può cadere è un controsenso.
Quello che ha già scritto la Consulta
L’8 luglio 2025 la Corte costituzionale, con la sentenza 101/2025, ha respinto le questioni del Tribunale di Brindisi e per strada ha messo agli atti due cose. Il fermo ha natura sostanzialmente penale e “vocazione marcatamente dissuasiva” rispetto al soccorso, e un ordine che possa mettere a repentaglio la vita umana non vincola nessun comandante, né se ne può punire l’inosservanza. Sta agli atti da un anno. I fermi però proseguono e i giudici li smontano a valle, uno per uno: nel maggio scorso il tribunale di Chieti ha annullato fermo e sanzione all’Ocean Viking di Sos Méditerranée.
Intanto il governo prepara il giro successivo, e la Justice Fleet segnala l’intenzione di vietare l’ingresso nelle acque italiane alle navi ritenute “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale”. A settembre Piantedosi siederà davanti al ministro tedesco Alexander Dobrindt per discutere dei richiedenti asilo che Berlino vuole rimandare in Italia e ci andrà con una nave tedesca legata a una banchina italiana. Quarantacinque giorni valgono un punto in più al tavolo. È l’unica contabilità che a questo governo torna sempre.