Il federalismo è una merce stagionale: si espone in campagna elettorale e si ritira dallo scaffale il giorno in cui una regione dice no. Alla Versiliana, il 21 agosto 2026, Giovanni Donzelli (FdI) ha annunciato che i nuovi Centri di permanenza per i rimpatri si faranno «anche dove le regioni non vogliono». Poi la chiosa: «Li faremo anche in Toscana, sì». Il giorno dopo Eugenio Giani, presidente della Toscana, ha ripetuto che i Cpr sono «luoghi di detenzione impropria» e ha confermato l’opposizione al primo centro toscano, ipotizzato ad Aulla, in Lunigiana. Sulla carta ha ragione lui. Peccato che la carta qui non pesi niente.
La norma è il decreto-legge 13 del 2017 del governo Gentiloni: l’articolo 19 affida al ministro dell’Interno l’ampliamento della rete e prevede che i nuovi siti si scelgano “sentito il presidente della regione”. Sentito, appunto: il governo deve chiedere, non ottenere. E poiché l’articolo 117 della Costituzione assegna allo Stato la competenza esclusiva sull’immigrazione, il no di Giani vale quanto una raccomandata mai ritirata. Fino a qui è un’eredità scritta da altri.
Le deroghe che il governo si è scritto da solo
Il pezzo scritto da questa maggioranza comincia nel settembre 2023, quando il decreto-legge 124 ha infilato i Cpr fra le opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale insieme a basi militari e poligoni: niente conformità urbanistica, niente titolo edilizio, appalti in somma urgenza. Il 24 febbraio 2026 il decreto-legge 23 ha aggiunto l’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’Interno a derogare fino al 31 dicembre 2028 a ogni disposizione di legge che non sia penale, antimafia o europea. Alle regioni sono state tolte pure le leve tecniche, i piani regolatori, i permessi: restano i giudici, e restano i tempi dei giudici.
L’autonomia, del resto, torna buona quando la regione dice di sì. Il 24 ottobre 2025 Matteo Piantedosi e Maurizio Fugatti (Lega) hanno firmato a Trento l’accordo per un Cpr da 25 posti: la Provincia autonoma realizza e finanzia l’opera con risorse proprie, lo Stato ne assume personale e gestione, il Trentino ottiene meno accoglienza straordinaria. Stessa materia, stessa competenza esclusiva dello Stato, esito rovesciato: proprio lì dove la giunta è amica la trattativa esiste eccome. E il governo ha presentato l’intesa come un modello da replicare altrove.
Il contenzioso a corrente alternata
Il metodo si evince ancora meglio nelle carte bollate dell’esecutivo che ha impugnato la legge sarda sulle aree idonee alle rinnovabili e la Corte costituzionale l’ha smontata con la sentenza 184 del 2025, mentre sulla legge toscana per il fine vita, impugnata anche quella, il 29 dicembre 2025 la sentenza 204 ha respinto le censure sull’impianto complessivo. Intanto l’autonomia differenziata cammina: dopo la sentenza 192 del 2024, che aveva dichiarato illegittime parti della legge Calderoli, il governo ha portato avanti le intese preliminari con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, quattro regioni su venti, tutte e quattro governate dal centrodestra. Il federalismo si concede a chi vota giusto.
E il federalista convinto? Il 21 gennaio 2024, mentre il suo ministero limava la direttiva contro i 30 all’ora del Comune di Bologna, Matteo Salvini si definiva «autonomista convinto», salvo firmare un testo secondo cui qualsiasi limite generalizzato in città è arbitrario e che il ministero può modificare le ordinanze dei sindaci che non lo seguono. Quando il 19 maggio 2025 il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sul terzo mandato di Fugatti, i ministri leghisti hanno votato contro e Salvini, secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, ha liquidato tutto come questione locale. Autonomista convinto, dice. La sentenza 211 del 2025 ha cancellato quella legge, e adesso Fugatti si paga il Cpr e resta fermo a due mandati: da queste parti il federalismo è una concessione, e le concessioni si revocano.