Un capolavoro, davvero: comprare meno cibo e chiamarlo record. Nel 2026 la spesa reale pro capite delle famiglie italiane ha toccato i 23.261 euro e ha superato perfino il picco del 2007: il massimo storico dei consumi, calcolato da Confcommercio. Solo che nello stesso trentennio la spesa per l’alimentazione domestica è scesa del 3,5 per cento e quella per l’energia domestica del 37,4. Si mangia meno e ci si scalda meno. E intanto si batte il primato.
Il resto del conto è arrivato stamattina, con la nota di Confcommercio sulle spese obbligate: casa, bollette, sanità, trasporti e assicurazioni si prendono il 41,7 per cento di tutto quello che una famiglia spende, cioè 9.693 euro a testa. Sempre Confcommercio dà l’abitazione a 5.335 euro e assicurazioni e carburanti a 2.310, ed è proprio lì dove nessuno può scegliere niente che l’esborso risulta già deciso prima che lo stipendio arrivi sul conto.
Il conto che arriva prima dello stipendio
E la forbice ha un motore preciso, perché i prezzi delle voci incomprimibili corrono da trent’anni a una velocità loro: Confcommercio li dà cresciuti del 140 per cento dal 1995 contro il 57 dei beni che si possono lasciare sullo scaffale, con energia gas e carburanti a un impressionante 211 per cento e la spesa libera destinata ai beni scesa nel frattempo del 7,6 per cento. Chi vende scarpe o mobili lo sa da un pezzo che quel che avanza dopo le bollette è tutto il suo mercato, e si restringe.
I dati Istat sul commercio al dettaglio dicono la stessa cosa da un’altra angolatura. A giugno 2026 le vendite di beni alimentari sono cresciute dell’1,9 per cento in valore e sono rimaste ferme in volume mentre i non alimentari salivano del 4,0 in valore e del 3,1 in volume. Tradotto: il carrello costa di più e contiene le stesse cose di un anno fa, e la crescita che si festeggia sta tutta nei beni che si comprano dopo aver pagato la casa, la luce e il pieno. Sopra c’è tutto il resto.
Sull’altro versante l’Ocse ha scritto a luglio nella scheda italiana dell’Employment Outlook che nel primo trimestre le retribuzioni reali erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio fra le grandi economie dell’area, e che nel 2026 scenderanno di un altro 0,9 prima di recuperare 0,2 l’anno prossimo. Il +1,3 per cento del trimestre lo hanno prodotto i prezzi bassi. Le buste paga stanno ferme.
L’aritmetica di Palazzo Chigi
Giorgia Meloni il 14 agosto ha spiegato a Milano Finanza che «il pil pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro» e che quell’indicatore «rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini». Sono euro correnti, e Pagella Politica lo ha ricostruito sui dati Eurostat portandolo da 33.860 a 38.310 euro: dentro quella crescita c’è per intero l’inflazione che nel frattempo ha gonfiato le spese di cui sopra. L’Istat intanto misura il potere d’acquisto del primo trimestre a +0,8 per cento e la pressione fiscale al 37,6 per cento del pil.
Poi ci sono i carburanti, la voce su cui lo Stato può intervenire domani mattina. Confesercenti ha stimato in 1,8 miliardi di euro l’aggravio dei pieni di luglio e agosto sul 2025, con la rilevazione Mimit del 23 agosto a 2,010 euro al litro per la benzina. La risposta del governo sono 17 centesimi al litro reintrodotti il 28 luglio e riservati al solo diesel, e sempre Confesercenti li quantifica in 300 milioni restituiti a fronte dei 780 milioni bruciati dalla sola risalita estiva, mentre la benzina nel perimetro dell’intervento non è mai entrata.
Restano 9.693 euro l’anno che nessuno sceglie e un residuo che si assottiglia, ed è su quel residuo che si decide se una famiglia va al ristorante o rinvia la visita specialistica. Il governo conta e racconta un’altra Italia, quella dei quasi 4.500 euro in più a testa. Il primato dei consumi è la fattura, non il premio.