Tutelare i testimoni di Giustizia: ecco la riforma che serve davvero

Urge riforma su collaboratori e testimoni di giustizia

Tutelare i testimoni di Giustizia: ecco la riforma che serve davvero

L’importanza dei collaboratori e dei testimoni di giustizia nel contrasto alle nuove mafie è deventata improrogabile. Senza il loro coraggio, molte indagini non si avvierebbero, molte reti criminali resterebbero fuori dai radar giudiziari e interi territori continuerebbero a vivere sotto ricatto. Il sistema di protezione italiano, tuttavia, presenta criticità strutturali evidenti che, a mio avviso, rendono necessarie riforme urgenti e pienamente operative. I testimoni di giustizia – persone estranee alle mafie – e i collaboratori di giustizia – interni alle organizzazioni mafiose – che denunciano reati e segreti, costituiscono una delle poche crepe nel muro dell’omertà che protegge e fortifica i clan.

Le diverse Relazioni al Parlamento sulle misure di protezione degli ultimi tre anni confermano in modo coerente che il loro contributo è “centrale” per l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Ciò assume maggiore rilievo in un contesto in cui le mafie contemporanee hanno modificato le proprie strategie, operando sempre più attraverso collusioni politico-economiche e attraverso relazioni nella cosiddetta “area grigia”.

Riforma non più rinviabile

Una proposta di riforma organica e funzionale non è più rinviabile e dovrà incidere su più fronti, con un obiettivo comune: garantire protezione effettiva, stabilità economica, reinserimento sociale e riconoscimento pubblico. Solo così la scelta di “abbracciare” la legalità non si tradurrà in isolamento, povertà o marginalità. Per ridurre ritardi e disparità territoriali che oggi mettono a rischio la sicurezza dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, sono necessari protocolli unificati tra Prefetture, Procure e Servizio Centrale. Occorre, inoltre, intervenire sulla qualità e sulla sicurezza degli alloggi, prevedendo standard minimi. In caso di pericoli o minacce, i trasferimenti di sicurezza devono essere attuati entro tempi massimi stabiliti per legge, ad esempio 48/72 ore.

È altresì indispensabile una formazione specifica per le forze dell’ordine incaricate di seguire e tutelare i testimoni e i collaboratori. La riforma dovrà poi affrontare con decisione la precarietà economica che scoraggia molte persone dal denunciare o collaborare. Risulta fondamentale, in tale prospettiva, l’istituzione di un reddito di protezione con importo fisso nazionale, non soggetto a rinnovi trimestrali, e con indennità familiare per coniugi e figli che subiscono conseguenze indirette. Serve inoltre un fondo nazionale destinato al reinserimento lavorativo, accompagnato da incentivi alle imprese che assumono testimoni, prevedendo contributi figurativi per gli anni di protezione.

Di pari importanza è il contrasto dell’isolamento, dello stress post-traumatico e della rottura dei legami familiari. A tal fine, è necessario prevedere un servizio dedicato di psicologi, con percorsi strutturati e incontri mensili obbligatori. I programmi scolastici e i percorsi terapeutici per i minori devono essere rafforzati e resi più efficaci attraverso misure personalizzate. Anche la burocrazia, se non governata, rischia di vanificare gli obiettivi di tutela. La gestione amministrativa deve ridurre ritardi, errori e incertezze che oggi trasformano il percorso dei testimoni e dei collaboratori in un labirinto di difficoltà. Le procedure della Commissione Centrale dovrebbero essere interamente digitalizzate, con tempi certi e tracciabili. È opportuno, inoltre, istituire uno sportello unico territoriale per i testimoni, dotato di personale formato e competente.

Nel progetto di riforma introdurrei anche l’istituzione di un Garante nazionale sui collaboratori e testimoni di giustizia, con una Relazione annuale al Parlamento corredata da indicatori dettagliati e misurabili relativi alle diverse attività. Questa riforma non servirebbe soltanto ai testimoni: serve soprattutto allo Stato. Senza cittadini e associati che denunciano, le mafie diventano sempre più forti e invisibili. Con un sistema di protezione davvero solido, invece, la legalità può trasformarsi in una scelta concreta e praticabile che può infliggere un colpo mortale alle mafie.

*Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).