Giovedì la Commissione europea mette sul tavolo la legge che l’Italia annuncia da due anni e non ha mai scritto. Si chiama EU Kids Act e, secondo l’esclusiva di Politico che ne ha visionato i documenti preparatori, fissa a 15 anni la soglia per aprirsi da soli un account su social e piattaforme video, obbliga le piattaforme a dotarsi degli strumenti che verificano l’età e costruisce un’architettura di vigilanza ricalcata su quella del Digital Services Act e dell’AI Act, con i contributi di supervisione pagati dalle aziende.
Sotto, si entra per fasce. Fino ai 12 anni soltanto profili che i genitori aprono e governano per intero, su servizi a standard di sicurezza stringenti; fra i 13 e i 14 account introduttivi, con un tetto al tempo di schermo e limiti al contatto con gli sconosciuti; dai 15 in su ci si iscrive da sé. Lo stesso documento è stato visionato da Reuters, che nel perimetro trova anche i giochi online e i chatbot. Mercoledì a Strasburgo ne parla la presidente Ursula von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione, e giovedì il testo lo presenta insieme alla vicepresidente esecutiva per la sovranità tecnologica Henna Virkkunen.
I numeri italiani, intanto, stanno fermi da un pezzo. Il 62,3 per cento dei preadolescenti fra gli 11 e i 13 anni ha almeno un account social e il 35,5 ne ha su più piattaforme, e lo ha misurato Save the Children nell’aprile 2025 su elaborazioni Istat, ricordando che in Italia il consenso digitale scatta a 14 anni, tredici col consenso dei genitori. Nel 2024 la Polizia postale ha trattato 370 casi di adescamento online, cinque per cento in più dell’anno prima, e il 55,7 per cento riguardava bambini fra i 10 e i 13 anni. Una soglia che vale esattamente quanto la casella da spuntare.
Eu Kids Act: lo stato dell’arte in Italia
Il disegno di legge 1136, “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, porta la data del 13 maggio 2024 ed è arrivato alla presidenza del Senato con prima firmataria la senatrice Lavinia Mennuni (FdI): alza a quindici anni l’età per iscriversi da soli. Da lì è entrato in ottava commissione, si è congiunto ad altri tre testi, ha raccolto audizioni. Poi si è fermato.
A maggio Avvenire ha scritto che il testo giace dimenticato in commissione mentre il governo ne scrive uno suo, ricominciando così l’iter da capo. Quel testo del governo, dieci articoli che sono usciti ad aprile da un vertice a Palazzo Chigi, in Consiglio dei ministri non è mai arrivato. A metà agosto l’Ansa ha fotografato così: iter bloccato nelle commissioni, intesa sui quindici anni raggiunta da tempo, tutto fermo sulla verifica dell’età.
La notifica che nessuno ha spedito
Qualcosa però l’Italia l’aveva fatto, e conviene guardare come è finita. L’articolo 13-bis del decreto Caivano (dl 123/2023) impone la verifica della maggiore età per accedere ai contenuti pornografici, e l’Agcom lo ha attuato con la delibera 96/25/CONS, pubblicando il 31 ottobre 2025 l’elenco dei 48 siti obbligati: adeguamento entro il 12 novembre 2025 per i siti che hanno sede in Italia o fuori dall’Unione, entro il 1° febbraio 2026 per tutti gli altri.
Poi il 7 aprile 2026 il Tar del Lazio, su ricorso di Aylo, Hammy Media, Technius e Tecom, ha annullato con quattro sentenze gemelle proprio la parte che estendeva l’obbligo ai siti con sede in altri Stati membri, perché il governo aveva saltato la notifica alla Commissione europea e allo Stato di origine prevista dall’articolo 3 della direttiva 2000/31/CE.
Così la stretta sui minori arriva dalla porta che a Roma si dice di voler sbarrare, e porta dentro le stesse cose che il Parlamento italiano tiene in un cassetto da due anni e mezzo. Giovedì, a Bruxelles, la firma sotto ce la mette qualcun altro.