5.401 euro l’anno. È la distanza media fra la busta paga di una metalmeccanica e quella di un suo collega. L’ha misurata la Fiom-Cgil, la Federazione impiegati operai metallurgici della Confederazione generale italiana del lavoro, leggendo 1.315 rapporti aziendali sul personale maschile e femminile del biennio 2024-2025 per 476.488 dipendenti diretti. Il divario vale il 12 per cento: le donne sono il 21,5 per cento degli addetti e si portano a casa il 19,6 per cento del monte retributivo annuo lordo. Fra i dirigenti la forbice arriva a 29.977 euro. E il part time riguarda l’1,3 per cento degli uomini e il 12,2 per cento delle donne, che per una coincidenza amara è anche la loro quota sulle linee da operaie. Due anni fa la stessa analisi, condotta su 1.072 rapporti del biennio 2022-2023, un campione diverso, dava un gap del 14,1 per cento e alle donne il 18,9 per cento del monte retributivo, e la Fiom oggi scrive che a ridurre la distanza è la contrattazione collettiva.
Gender gap, il salario che decide l’azienda
Lo studio, presentato giovedì a Roma, indica dove si annida la differenza: il salario strutturale fissato dal contratto collettivo nazionale ha un gap dell’8,5 per cento, che la Fiom attribuisce agli inquadramenti più bassi e al part time.
Il salario accessorio erogato soprattutto per decisione unilaterale delle aziende e trattato persona per persona sale invece al 23,6 per cento, e fra le operaie il divario sui superminimi individuali tocca il 64 per cento mentre quello sugli straordinari arriva al 66,4. Poi c’è la controprova. Nei 55 grandi gruppi seguiti a livello nazionale, circa 170.000dipendenti con integrativi consolidati, il gap scende all’8,3 per cento. Insomma il divario lo accorcia il sindacato quando tratta e lo allarga l’impresa proprio lì dove decide da sola.
Il decreto legislativo 96 del 7 maggio 2026 doveva servire a questo. Recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva ed è in vigore dal 7 giugno. Solo che nella definizione di “livello retributivo”, la media che ogni lavoratrice può chiedere di conoscere, restano fuori i trattamenti individuali non strutturali come superminimi e premi discrezionali, cioè proprio il salario accessorio, dove la Fiom ha trovato i divari più larghi.
La comunicazione periodica del gap scatta dai 100 dipendenti, e per le imprese fra 100 e 149 la prima raccolta dei dati è fissata al 7 giugno 2031, quando i rapporti appena spulciati dalla Fiom sono obbligatori già dai 50 addetti per il Codice delle pari opportunità. Il sindacato nelle slide scrive che l’Italia ha recepito la direttiva “molto male”. Detto da un sindacato, suona quasi come una cortesia.
Il tetto e la scala
Il 25 ottobre 2022, chiedendo la fiducia alla Camera, Giorgia Meloni ringraziava le donne che le avevano costruito la scala per salire e rompere «il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste». Da allora il taglio dei contributi alle madri con due figli, sperimentato nel solo 2024, è diventato un bonus da 40 euro al mese nel 2025 e da 60 nel 2026 pagato per undici mesi, con la decontribuzione vera rinviata al 2027.
Quello del 2026 lo paga l’Inps a dicembre, in un colpo solo. Del resto con quella direttiva la destra ha un conto aperto dall’inizio: il 5 aprile 2022, quando il Parlamento europeo votò la sua posizione sul testo, cinque eurodeputati di Fratelli d’Italia su otto votarono contro e due si astennero lamentando un testo “infarcito di riferimenti all’ideologia gender”. Oggi lo stesso partito stampa brochure in cui rivendica: “Mai così tante donne al lavoro”. E Pagella Politica ha ricordato che la crescita dell’occupazione è una tendenza cominciata prima dell’arrivo di Meloni.
Meloni il suo tetto l’ha rotto. Sopra le metalmeccaniche ne resta un altro, spesso 5.401 euro l’anno. E il decreto sulla trasparenza lascia fuori dalla media proprio il pezzo più duro.