Gaza, giornalisti e terroristi: la lista delI’Idf sbiadisce alla prova dei fatti. Zero prove su almeno 113 cronisti uccisi

59 pagine senza una prova, 113 giornalisti uccisi senza accuse: la lista dell'esercito israeliano rilanciata in Italia come verità

Gaza, giornalisti e terroristi: la lista delI’Idf sbiadisce alla prova dei fatti. Zero prove su almeno 113 cronisti uccisi

Per l’esercito israeliano anche il fratello di un uomo picchiato da Hamas militava in Hamas. Omar Abd Rabou, a Gaza, è un critico dichiarato del movimento islamista e l’anno scorso, stando a quanto ricostruisce +972 Magazine, sarebbe stato rapito e aggredito da uomini legati all’organizzazione. Suo fratello Mohammed, giornalista iscritto al sindacato di categoria, scrive Omar, adesso è uno dei 170 nomi di The Press Files, la lista dei giornalisti uccisi e bollati come terroristi che l’esercito ha messo online il 1° ottobre: sulla sua pagina mancano necrologi, foto e tessere militari, resta la formula “sulla base di molteplici fonti di intelligence”. Insomma, fidatevi.

Giornalisti terroristi, la lista Idf alla prova dei fatti

La lista l’ha smontata Muhammad Shehada, analista di Gaza e visiting fellow dell’European Council on Foreign Relations, su +972 Magazine, e i numeri fanno il lavoro da soli: 59 pagine sono prive di qualsiasi prova, in altri 42 casi la prova è inconsistente, in 19 la prova è una foto con un fucile in mano, come se una posa bastasse a fare un combattente. Per Anas al-Sharif l’esercito presenta documenti che lo fanno capogruppo nel 2019, poi soldato semplice “sospeso” nel 2023 e poi incursore d’élite con l’udito compromesso, e per Ismail al-Ghoul i primi documenti dicevano che era un combattente a dieci anni, i nuovi dicono che è stato reclutato a diciassette. Perfino un ricercatore di HonestReporting, che da anni accusa i giornalisti di Gaza, ammette che per 102 nomi su 170 i dettagli crollano.

Poi c’è l’aritmetica, ed è lì che la propaganda si inceppa. Le prove più solide sono 49 necrologi attribuiti a Hamas e alla Jihad islamica, e dei 170 nomi soltanto 78 compaiono nel database del Committee to Protect Journalists (Cpj), che ne conta 191: anche prendendo per buona ogni riga della lista restano almeno 113 giornalisti uccisi contro cui l’esercito ha zero accuse.

La grancassa italiana

Da noi la lista è arrivata con il timbro dell’ufficialità. Il 6 ottobre Mosaico, il giornale della Comunità ebraica di Milano, titolava “Tzahal rivela” e rilanciava come notizia le “prove verificate” rivendicate dall’esercito. Il terreno lo aveva arato il 2 luglio il Foglio, con un titolo che faceva ammettere al Cpj di aver contato “terroristi con la pettorina Press” e la formula del ministero degli Esteri israeliano riportata senza obiezioni, “giornalisti di Gaza = terroristi”. Peccato che il 24 settembre il Cpj abbia chiuso la revisione: 22 nomi tolti, 6 reintegrati, Israele ancora responsabile di gran lunga della maggioranza delle uccisioni di giornalisti nel mondo dal 2023. Bella ammissione.

Gli appelli e la sedia vuota

Le associazioni che contano lo ripetono da tre anni, inascoltate. A gennaio il Cpj e Reporters sans frontières hanno scritto ai ministri degli Esteri di 29 governi per sostenere la Foreign Press Association, che dal settembre 2024 chiede alla Corte suprema israeliana di aprire Gaza alla stampa straniera e ha incassato quella che Al Jazeera ha contato come la nona proroga concessa al governo. Qui l’Ordine dei giornalisti ha raccolto le firme dei direttori per l’accesso a Gaza e l’Usigrai ha dovuto annotare che in Rai aveva aderito il solo Tg3.

L’Italia, del resto, quella richiesta l’ha firmata: nell’agosto 2025, con altri 26 Paesi della Media Freedom Coalition, ha esortato Israele a consentire “l’accesso immediato ai media stranieri indipendenti”. Quattordici mesi dopo il divieto entra nel quarto anno. E l’esercito che lo impone pubblica liste di colpevoli che nessun giornalista straniero può andare a controllare. Nei giorni scorsi, racconta +972 Magazine, un portavoce militare atteso da Piers Morgan per un confronto con Mehdi Hasan ha disertato e Hasan ha parlato a una sedia vuota: la stessa su cui siedono, con la firma in tasca, i governi che dovevano pretendere che Gaza fosse aperta.