Lo stesso giorno il referente italiano di Elon Musk, festeggiava su X cinque vite salvate in mare “grazie a Starlink”, in Ucraina i terminali militari di Starlink perdevano il segnale sopra i 160 chilometri orari e le missioni dei droni fallivano in volo. Stessa azienda e stesso proprietario: su un oceano incassa l’applauso, sull’altro fronte stringe il rubinetto.
Ma partiamo dal salvataggio: il catamarano Magic Bus è affondato a inizio novembre 2025, quasi un anno fa, a 260 miglia nautiche da Cape Hatteras, e a ripescare i cinque dalla zattera sono stati un elicottero MH-60 della Guardia costiera statunitense, rifornito in mezzo all’Atlantico dalla portaerei USS George H.W. Bush. Starlink ha dato ai cinque la linea per telefonare, e secondo la ricostruzione di Yachting World dall’altra parte della linea hanno trovato un menù automatico e un sito della Guardia costiera fermo per una “interruzione dei finanziamenti federali”, mentre un localizzatore SPOT dava l’allarme per altra via.
Musk riduce la velocità ai droni ucraini
Dall’altra parte dell’oceano Serhiy Beskrestnov, esperto di guerra elettronica e consigliere di Volodymyr Zelensky, ha scritto che nella notte fra martedì e mercoledì SpaceX ha imposto senza preavviso un tetto di 100 miglia orarie al pacchetto militare Starshield e che “questa azione non può essere una coincidenza ed è legata all’attuale situazione politica”.
Poche ore dopo, scrive l’attivista Serhiy Sternenko, il tetto era sceso a 60-70 chilometri orari. La situazione politica, lo sappiamo bene, ha date precise: il 9 ottobre Donald Trump ha chiuso con Vladimir Putin l’accordo sul gasolio russo, il 10 ha detto ai giornalisti «è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». SpaceX tace e il legame con Trump resta un sospetto ucraino, anche perché a febbraio le restrizioni erano state concordate con Kiev per togliere Starlink ai droni russi, eppure stavolta l’esercito l’ha scoperto con i droni intercettori già in aria.
Il copione, del resto, è noto. Nel settembre 2023 Musk ha raccontato di aver negato l’attivazione di Starlink fino a Sebastopoli perché SpaceX sarebbe stata “esplicitamente complice di un grave atto di guerra”, e il 9 marzo 2025 ha scritto che il suo sistema è “la spina dorsale dell’esercito ucraino” e che “l’intera linea del fronte crollerebbe” se lo spegnesse. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski gli ha ricordato che quel servizio lo paga la Polonia, circa 50 milioni di dollari l’anno. La Polonia paga, Musk tiene l’interruttore.
Soldi pubblici, interruttore privato
Gli studiosi del resto scrivono la stessa cosa anche se con meno veleno. Un rapporto del Carnegie Endowment for International Peace di dicembre 2025, prima firma Emily Bienvenue, descrive le aziende che ormai sono “incorporate nell’architettura decisionale della guerra” e conclude che “la sicurezza nazionale non è più prodotta soltanto dallo Stato”.
Jeppe T. Jacobsen e Tobias Liebetrau, sullo European Journal of International Relations, mostrano sul caso ucraino che la sovranità e le decisioni di uno Stato dipendono da come le aziende e gli Stati sono connessi fra loro. Qui da noi, nel 2025, il governo italiano trattava con SpaceX le comunicazioni sicure dello Stato.
Il capitalismo della salvezza funziona così: la rete che ti tira fuori dall’acqua e la rete che tiene in volo l’intercettore contro gli Shahed russi sono la stessa, e chi governa Starlink pesa ogni salvataggio sui propri contratti e sul proprio posizionamento politico. Ai cinque del Magic Bus è andata bene perché in fondo alla telefonata c’era un elicottero pubblico. Kiev, al posto dell’elicottero, ha un abbonamento, e Musk decide da solo a che velocità le è concesso difendersi.