Sull’Iran si addensano nuove nubi e la pace in Medio Oriente sembra sempre più lontana. Dopo le indiscrezioni dei media americani su una possibile ripresa delle operazioni militari di Washington e Tel Aviv contro Teheran, nuove dichiarazioni del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alimentano i timori di un’ulteriore escalation. Netanyahu, secondo quanto riporta Al Jazeera, ritiene possibile una ripresa dei combattimenti e ha fatto riferimento alla volontà del tycoon di “portare a termine il lavoro”, collaborando con l’esercito israeliano (IDF).
Il premier israeliano ha inoltre sottolineato il sostegno ricevuto dal presidente americano, che lo ha indicato come il leader più adatto a portare avanti la guerra contro l’Iran. Un endorsement che arriva a pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre e che potrebbe avere anche ricadute sul piano elettorale. Ma non è tutto. Netanyahu, sempre secondo la rete araba, ha avvertito i Pasdaran che qualsiasi nuovo attacco contro Israele riceverà una risposta caratterizzata da “una forza e una potenza che non riescono nemmeno a immaginare”.
Trump e Netanyahu vogliono regolare i conti con l’Iran
Insomma, la sensazione è che Netanyahu sia determinato a mantenere alta la pressione militare per regolare i conti, in modo definitivo, con il principale rivale regionale. Una linea che sembra trovare sponda nelle dichiarazioni di Trump, il quale, durante un comizio in Iowa, in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre, ha affermato: “Ho risolto otto guerre e ne stiamo risolvendo altre due. Finiremo l’Iran molto presto. In un modo o nell’altro. Per me è quasi insignificante”.
Parole che, insieme alle dichiarazioni delle ultime settimane, alimentano i timori di una nuova offensiva militare americana contro Teheran. Resta tuttavia da capire se e quando Washington deciderà di passare dalle minacce ai fatti.
Il Wall Street Journal: “Pasdaran pronti a colpire obiettivi civili”
La convergenza tra Washington e Tel Aviv non è passata inosservata a Teheran. Come riporta il Wall Street Journal, i Pasdaran sarebbero pronti a combattere ampliando la portata delle eventuali rappresaglie. “Il messaggio dell’Iran è netto: se gli Stati Uniti e Israele dovessero riprendere la loro campagna aerea, Teheran risponderà colpendo non solo basi e navi da guerra americane, ma anche aeroporti, condutture e altri obiettivi civili nei Paesi vicini del Golfo Persico”, riferisce il quotidiano americano.
Secondo il Wall Street Journal, questi avvertimenti, formulati sia pubblicamente sia attraverso canali diplomatici riservati, mirano a scoraggiare eventuali nuovi attacchi attraverso dichiarazioni dai toni duri. Rappresentano, tuttavia, anche una minaccia concreta: l’Iran dispone infatti di un consistente arsenale di missili e droni, oltre che della capacità di impiegarli.
L’ultimatum di Teheran ai Paesi del Medio Oriente
Il rischio di un allargamento del conflitto riguarda anche i Paesi del Medio Oriente che dovessero sostenere militarmente Washington. A ribadirlo è il deputato iraniano Fadahossein Maleki, membro della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento, secondo cui “i Paesi della regione hanno ricevuto un ultimatum (da parte dell’Iran, ndr) affinché rinuncino a qualsiasi sostegno agli Stati Uniti. Durante la guerra di 40 giorni abbiamo attaccato basi situate in qualsiasi Paese il cui territorio fosse stato utilizzato da Washington per colpire l’Iran”, ha affermato Maleki, riferendosi al conflitto tra Stati Uniti e Repubblica islamica del febbraio-marzo 2026.
In caso di una nuova escalation, la risposta iraniana potrebbe quindi non limitarsi alle basi militari americane, ma estendersi anche alle installazioni militari dei Paesi che dovessero offrire assistenza a Washington. Uno scenario che rischierebbe di allargare ulteriormente il conflitto, coinvolgendo altri attori regionali.