“Lasciare sarebbe la conferma di qualcosa che non c’è”. Francesco Acquaroli non si dimette. Il presidente della Regione Marche lo ha annunciato ieri a Corridonia, nella conferenza stampa per i dieci anni di ricostruzione post sisma 2016.
Tempismo infelice: il giorno prima la Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, aveva arrestato otto persone. Secondo i magistrati N’ndrangheta e Camorra hanno banchettato per centinaia di milioni di euro nei cantieri della ricostruzione.
E a finire in manette, anche l’avvocato Fabio Pistarelli, capo di gabinetto del presidente Acquaroli dal 2020 al dicembre 2025, accusato di corruzione negli appalti.
Acquaroli si dice “Basito”, ma ammette “i dubbi c’erano”
Il governatore si dice “basito, amareggiato e incredulo” e ammette “un errore di valutazione”. Poi sfida: “A chi dice che il presidente non poteva non sapere, chiedo di portarmi una prova che io sapessi”.
Salvo poi raccontare subito dopo che qualcosa gli era arrivato. Pistarelli lo conosceva dagli anni Novanta. A fine prima legislatura gli aveva già contestato “criticità” sul ruolo, chiedendogli però di restare altri tre mesi. In quel periodo, dice, sono arrivate delle “voci”.
“Le trasmisi alla vigilanza del segretario generale della Regione: non hanno avuto una fondatezza riscontrata, ma chiesi a Pistarelli di fare un passo indietro”. Una verifica interna, dunque.
Se le voci fossero state fondate, precisa, “sarei stato io a dover procedere con le segnalazioni dovute”. Le opposizioni (Pd, M5s, Avs, Progetto Marche, Lista Ricci) vedono “interrogativi spontanei e legittimi”.
Le accuse e i numeri dell’a maxi-inchiesta
Le accuse. Per la procuratrice distrettuale Monica Garulli l’indagine, partita nel 2023, documenta “l’infiltrazione di organizzazioni criminali nel tessuto dell’economia legale approfittando della ricostruzione e delle risorse pubbliche”. I numeri: 51 indagati, 57 milioni di sequestri preventivi, appalti per 350 milioni, 200 nella ricostruzione privata e 150 in quella pubblica. Perquisizioni in sette regioni, quattro filoni, reati che vanno dalla truffa per erogazioni pubbliche all’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
Al centro, come sempre, i subappalti
La porta d’ingresso, per la Dda, erano i subappalti. L’imprenditore maceratese Enrico Crucianelli, arrestato, avrebbe fatto da “cerniera”: apriva i cantieri a ditte vicine alle cosche Avignone e Crea e ai Casalesi di Michele Zagaria, schermate da prestanome. In manette anche Vincenzo Chiappalone, dagli anni Novanta nell’edilizia dell’hinterland anconetano: avrebbe creato un giro di “cartiere”, girato soldi alla criminalità calabrese e infilato nella ricostruzione società che non potevano entrarci.
Il comitato d’affari che avrebbe aperto le porte dei cantieri
Poi c’è il comitato d’affari. Pistarelli, con due imprenditori arrestati e figure di “contesti istituzionali regionali o universitari”, avrebbe, secondo la procura, costruito una “struttura stabile d’intermediazione illecita negli appalti” per orientare gare e finanziamenti. Gli inquirenti gli contestano circa 105mila euro di vantaggi illeciti. Il difensore, Gabriele Cofanelli, dice che il suo assistito “si è dichiarato estraneo alle accuse” e annuncia il ricorso al Riesame.
Oltre 400 i cantieri che potrebbero esser stati infiltrati, secondo il commissario
Il conto rischiano di pagarlo i terremotati. Il commissario straordinario Guido Castelli stima in circa 400 i cantieri riconducibili all’impresa coinvolta, compresi gli aggregati di piazza San Nicola a Tolentino. “C’è un’azienda alla quale non possiamo e non vogliamo e non dobbiamo pagare un euro”. Ha chiesto un incontro urgente all’Unità di missione antimafia del Viminale per far ripartire i lavori senza violare la legge.
Sui controlli, però, Castelli non arretra: “Noi le verifiche in realtà le facciamo quotidianamente”. Elenca Anagrafe antimafia degli esecutori, protocolli di legalità, divieto di subappalto a cascata introdotto con una sua ordinanza nel 2024, badge di cantiere, piattaforma Gedisi.
E rivendica 102 interdittive in tre anni. “In ogni cantiere ci sono solo aziende iscritte”. Appunto. Per la Dda le ditte dei clan non hanno sfondato la porta: qualcuno gliel’ha aperta da dentro. Tanto che ora lo stesso commissario vuole capire, con il Viminale, come impedire che imprese senza requisiti finiscano nell’Anagrafe.