A Milano vermi nel cibo e psicofarmaci nel Centro per i rimpatri di via Corelli

Ecco cosa accade nel Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli a Milano. La denuncia choc dall'associazione Naga.

A Milano vermi nel cibo e psicofarmaci nel Centro per i rimpatri di via Corelli

Cosa accade nel Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli a Milano? Saperlo è sempre stato difficile, perché la struttura che trattiene i migranti in attesa di essere rimandati nei paesi di origine, è da sempre impenetrabile. L’unica possibilità è quindi quella “spiare solo dal buco della serratura” come ha fatto il Naga, un’associazione laica di volontariato di Milano, assieme alla Rete Mai più lager-No ai Cpr. Il risultato di un anno di osservazione, da maggio 2022 a maggio 2023, è confluito nel dossier Al di là di quella porta. L’unico breve accesso al Cpr da parte del Naga è stata una visita di due ore avvenuta il 2 marzo 2023, dopo un contenzioso durato oltre un anno. “Al fine di preservare la sicurezza personale dei visitatori” non è stato consentito l’accesso ai moduli abitativi dove le persone trattenute soggiornano.

Ecco cosa accade nel Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli a Milano. La denuncia choc dall’associazione Naga

Appena entrata, la delegazione è stata invitata a firmare un impegno a non effettuare riprese video, audio, o fotografie, pena denuncia che poteva comportare una condanna alla reclusione da uno a tre anni. Il dossier ricostruisce la vita in quello che è un vero e proprio lager. Appena arrivate nel Cpr, le persone vengono sottoposte a una visita medica, spogliate completamente e obbligate a fare flessioni per espellere eventuali oggetti dall’ano, alla presenza del personale medico e di agenti di Polizia.

La procedura di ingresso prevede l’attribuzione di un numero progressivo, numero che viene utilizzato nel Cpr al posto del nome della persona. Il racconto del trattenimento “tipo” è caratterizzato dallo squallore dei miserrimi moduli abitativi e dei servizi, passando per la totale mancanza di igiene e privacy dei bagni per arrivare ai pasti impresentabili e farciti di vermi. L’acqua corrente, a periodi è solo gelata o solo bollente. Ma non è tutto. Nelle stanze e nel cortile il freddo è pungente o il caldo è asfissiante. Il cortile è coperto da plexiglass che fa da tetto e ciò ha come risultato che è impossibile fruire di reali spazi aperti e si crea invece un effetto serra. Persone giovani, sane e forti si trasformano in poche settimane in zombie scoloriti e disorientati dagli psicofarmaci.

Il Dossier racconta anche come avviene la deportazione: persone sedate con punture di valium, legate mani e piedi, attirate fuori dai moduli abitativi con pretesti o bugie, illuse fino all’ultimo che il console potrà fermare la deportazione all’ultimo minuto, denudate, di nuovo, in aeroporto, caricate di peso sull’aeromobile, e consegnate, appena sbarcate, alle polizie straniere. E racconta anche storie estreme: come quella di un uomo, che nel mese di dicembre 2022, è stato “rimpatriato” verso la Bosnia, paese in cui lui non era mai stato. O quella di J.M., trattenuto nel Cpr anche dopo che gli era stato diagnosticato un tumore cerebrale.

I reclusi sono chiamati per numero e quelli destinati alla deportazione vengono sedati e legati

“Tutti gli elementi raccolti dimostrano che tutto ciò non è frutto di una malagestione dei Centri, ma di chiare scelte politiche che si traducono in prassi e pratiche amministrative e di gestione illecite e disumane, finanziate dai soldi pubblici”, scrivono le due associazioni nella presentazione del dossier, e “tutto ciò che abbiamo descritto rende questa misura intollerabile, inaccettabile e disumana”. E non finisce qui. Il Dossier descrive inoltre le informazioni raccolte attraverso diversi accessi civici generalizzati inviati dal Naga con quesiti specifici alla Prefettura di Milano, al Comune di Milano, ad Ats Milano Città Metropolitana, al gestore del Cpr Martinina S.r.l., alla Questura di Milano e alla Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno. Le risposte risultano incomplete e spesso sono state negate senza alcuna giustificazione.