Ci vuole un governatore del Movimento 5 Stelle per ricordare alla Campania che nel 2011 gli italiani avevano votato contro la privatizzazione dell’acqua. Quindici anni dopo, la giunta De Luca aveva fatto come se quel voto non fosse mai avvenuto: costituita la GRIC S.p.A. (Grandi Reti Idriche Campane) per gestire la rete acquedottistica primaria regionale, avviata una gara per cedere il 49% a un socio privato con affidamento trentennale. Cinque miliardi in trent’anni. Il 6 marzo 2026, Roberto Fico, governatore della Campania dal novembre 2025, ha ritirato il bando.
La delibera è un atto amministrativo ma di fatto è anche un atto politico: «Sono convinto», ha dichiarato Fico, «che la gestione di una risorsa preziosa come l’acqua debba essere in mani pubbliche». Il Tar Campania, Tribunale Amministrativo Regionale, aveva già sospeso il bando. Fico ha preferito non aspettare l’udienza di merito, fissata per l’11 marzo.
Il peso di Bonavitacola
La mossa smonta dieci anni di lavoro di Fulvio Bonavitacola, vicepresidente di De Luca con delega al ciclo delle acque, l’uomo che ha costruito il modello GRIC. Nella giunta Fico è assessore alle Attività produttive: la delega alle acque è passata a Claudia Pecoraro del Movimento 5 Stelle. Nessuno ha sottolineato che l’artefice del progetto poi smontato è ancora dentro il governo regionale, solo con un altro cappello.
De Luca ha risposto nella sua diretta social del venerdì, l’appuntamento che non ha interrotto dopo la fine del mandato, pochi minuti prima che filtrasse la notizia. Ha parlato di «visione ideologica» e difeso la sinergia pubblico-privato per reggere gli investimenti infrastrutturali. Su questo ha una ragione parziale: le reti campane perdono acqua in modo strutturale, il piano prevedeva 2 miliardi di investimenti. Con quale modello alternativo si coprono? Fico non ha risposto.
C’è poi un dettaglio ricostruito da Fanpage.it il 9 marzo. Quattro giorni prima della delibera, la Direzione Generale sul Ciclo Integrato delle Acque aveva affidato a un consulente un incarico da 31.200 euro per redigere documentazione per la costituzione della GRIC nel progetto poi ritirato. Entrambi gli atti portano la firma dello stesso direttore generale. La delibera di Fico non ha revocato quell’incarico, che risulta formalmente attivo.
Legge 28 e il fondo del presidente
Sul bilancio, Fico ha presentato una manovra da 38,5 miliardi, di cui il 70% vincolato alla sanità. Ha chiarito: «Possiamo contare su 16 miliardi ma 12 arrivano dal fondo di ripartizione della Sanità, e sono vincolati». Il segnale di discontinuità più visibile riguarda la legge 28, il “fondo del presidente” da due milioni annui: nel decennio deluchiano finanziava cultura ed eventi con criteri discrezionali, gestito negli ultimi anni da Scabec, società in house della Regione per la promozione del patrimonio culturale campano. Fico lo ha azzerato, spostando quelle risorse al sociale.
Il governatore ha avvisato i consiglieri regionali: niente norme-mancia agganciate alla finanziaria, niente fondi senza programmazione verificabile. Ha citato fondazioni con pagine social ferme al 2020 e cortometraggi finanziati e mai realizzati. La ricognizione sulle partecipate, società a partecipazione regionale, è appena cominciata: sotto esame c’è, per esempio, la centrale per gli acquisti in Sanità.
Intanto la Campania è in esercizio provvisorio: senza bilancio approvato, la Regione spende solo nei limiti dell’anno precedente. La macchina amministrativa è in larga parte quella di prima. La rivoluzione di Fico, per ora, si misura in autotutele e poste azzerate. In un territorio dove certe abitudini durano decenni, è già qualcosa. Il difficile è dimostrare che smontare non basta.