Addio a Robert Hunter, l’ambasciatore Usa che aveva previsto la crisi della Nato. E dove stava andando l’Occidente

Dalla Nato all’Ucraina, le profezie ignorate dell’ambasciatore Usa che aveva avvertito sui rischi dell’allargamento a Est

Addio a Robert Hunter, l’ambasciatore Usa che aveva previsto la crisi della Nato. E dove stava andando l’Occidente

È morto Robert E. Hunter. Aveva 85 anni. Per trent’anni è stato una delle voci più sobrie della politica estera americana, una di quelle che parlavano quando Washington preferiva applaudire se stessa. Oggi vale la pena rileggerlo perché aveva descritto con precisione il punto in cui saremmo arrivati: una Nato più larga e più fragile, un’Europa divisa e una guerra tornata strutturale nel suo cuore.

Hunter era stato ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato tra il 1993 e il 1998, nel momento in cui l’Alleanza doveva decidere cosa diventare dopo la fine della Guerra fredda. La sua posizione era netta. Difendeva la Nato e avvertiva che l’allargamento verso Est, se scollegato da una strategia di integrazione della Russia, avrebbe prodotto instabilità. In più occasioni spiegò che l’obiettivo strategico non poteva essere una Nato semplicemente più grande, ma «un’Europa sicura nel suo insieme, capace di trovare un modo per includere la Russia». Un’impostazione che nasceva da una lettura storica precisa: «Escludere la Russia da un nuovo ordine di sicurezza europeo sarebbe un errore fatale», ammoniva, richiamando esplicitamente il precedente del Trattato di Versailles.

L’alternativa ignorata

L’alternativa proposta da Hunter aveva un nome preciso: Partenariato per la Pace. Non una sala d’attesa per l’adesione, ma uno strumento centrale. Lo definiva «uno strumento di prima classe», pensato per rendere la distinzione tra alleati e partner «sottile come una lama di rasoio». Cooperazione militare, interoperabilità, consultazioni di sicurezza senza estendere automaticamente l’articolo 5. Un sistema che avrebbe permesso anche a Ucraina e Russia di muoversi dentro un quadro condiviso, evitando la costruzione di nuove linee di frattura.

Mosca aderì nel 1994 e Boris Eltsin lo interpretò come un passo reale verso quella «Europa intera e libera» evocata da George H. W. Bush. Quel progetto venne però progressivamente svuotato, mentre a Washington prendeva corpo una logica diversa: l’allargamento come segnale politico e come conferma del primato americano. Hunter rimase leale, negoziò l’ingresso dei primi nuovi membri nel 1999, ma non nascose mai il dissenso di fondo, parlando apertamente di una deriva «più trionfalista che stabilizzante».

La promessa che ha rotto tutto

Il punto di rottura, secondo Hunter, arrivò nel 2008. Il vertice Nato di Bucarest promise che Ucraina e Georgia «diventeranno membri», senza offrire alcuna garanzia concreta. Una promessa senza copertura. Hunter la definì senza giri di parole «follia geopolitica» e «malpractice diplomatica»: una scelta che superava deliberatamente le linee rosse russe senza aumentare la sicurezza di Kiev o Tbilisi. Sedici anni dopo, la guerra in Ucraina ha dato corpo a quella previsione.

Hunter non giustificava l’invasione russa, ma rifiutava la narrazione dell’aggressione improvvisa. Spiegava che l’Occidente aveva «ingannato Kiev promettendo ciò che non aveva alcuna reale intenzione di mantenere», minando così la propria credibilità strategica.

Negli ultimi anni aveva allargato lo sguardo alla crisi dell’Alleanza nel suo complesso. Descriveva una Nato intrappolata nella propria retorica, incapace di allineare promesse e disponibilità reale al rischio. Continuare a evocare l’articolo 5, diceva, mentre si moltiplicano eccezioni politiche e ambiguità strategiche, significa svuotarlo dall’interno. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, quelle crepe sono diventate fratture: la crisi sulla Groenlandia, le minacce agli alleati, l’indifferenza verso le consultazioni previste dall’Alleanza rappresentano per lui il sintomo finale di un errore più profondo, quello di aver trasformato un’architettura difensiva in uno strumento transazionale di potere.

Rileggere Robert Hunter oggi serve a questo: capire che la crisi atlantica non nasce dall’improvvisazione di un leader, ma da scelte stratificate nel tempo. La sua eredità non è una nostalgia per un mondo perduto, ma un metodo. La credibilità richiede limiti, ripeteva. Promettere ciò che non si è disposti a difendere distrugge la deterrenza più rapidamente di qualsiasi nemico esterno. Hunter aveva capito dove stavamo andando. Il problema è che, mentre parlava, l’Occidente aveva già smesso di ascoltare.