Addio al duro dal cuore tenero. Il cinema piange Belmondo. Scomparso a 88 anni l’icona del red carpet francese

Belmondo
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L’impronta del “duro”, ma “dal cuore tenero”. Se ne va ad 88 anni un’altra icona del cinema internazionale. Lasciando l’impronta di una carriera costruita sul grande carisma che Jean-Paul Belmondo ha saputo imprimere sul set ai tanti ruoli e personaggi interpretati. Nato a Neuilly-sur-Seine, in Francia, esordisce sul grande schermo nel 1956 con il cortometraggio Molie’re di Norbert Tildian. Le prime parti di rilevo arrivano qualche anno dopo, con A doppia mandata (1959) di Claude Chabrol e La ciociara (1960) di Vittorio De Sica. Ma a consacrarlo al grande pubblico e all’apprezzamento della critica sarà, un anno dopo, Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard, che lo aveva già diretto nel cortometraggio Charlotte et son Jules. Un successo che proietta Belmondo nel gotha del cinema francese e non solo. Raccogliendo la doppia eredità di Gerard Philippe, interpretando eroi acrobatici e romantici, e di Jean Gabin incarnando lo spirito francese più nazionalista.

IL SUCCESSO

Claude Sautet lo affianca a Lino Ventura nel suo noir Asfalto che scotta (1960). Con l’interpretazione seria e malinconica di Eric Stark, l’attore francese dimostra notevole talento e intensità drammatica. Fanno certamente curriculum anche le performance in film di buon successo, come Le’on Morin, prete (1961) e Lo spione (1962), entrambi di Jean-Pierre Melville, maestro indiscusso del noir francese, regista tra l’altro apparso in un cameo nel film Fino all’ultimo respiro, nelle vesti dello scrittore Parvulesco. Nel 1963 Belmondo viene chiamato dal regista Renato Castellani per il suo Mare matto, nel quale interpreta brillantemente un marinaio livornese, innamorato di una pensionante (Gina Lollobrigida) che poi si imbarcherà per trasportare un carico di vino, sotto la guida di un ammiraglio (Odoardo Spadaro).

La pellicola, pesantemente tagliata dal produttore Franco Cristaldi ma riscoperta oggi da molti critici, è un grande esempio di commedia all’italiana, con risvolti malinconici, che offre un grande spaccato dell’Italia degli anni sessanta. Nello stesso anno affianca Stefania Sandrelli in Lo sciacallo. Riconosciuto ormai come un divo fra i più popolari del cinema francese, con L’uomo di Rio (1964) di Philippe de Broca, Belmondo inizia la svolta del suo percorso artistico verso un filone più commerciale, tuttavia sempre molto apprezzato dal pubblico. Nel 1970 ottiene infatti un enorme successo internazionale con Borsalino, interpretato al fianco di Alain Delon.

Ritornerà solo nel 1974 al cinema d’autore con Stavisky il grande truffatore di Alain Resnais, ma senza riscuotere particolari consensi. Negli anni settanta si specializza nel genere poliziesco, interpretando spesso molte scene pericolose senza controfigura, intervallando la sua produzione con pellicole drammatiche: lavora sotto la direzione di grandi registi come Henri Verneuil, Georges Lautner, Philippe Labro, Jacques Deray e Philippe de Broca. Ma gli Anni 70 consacrano Belmondo anche agli onori delle cronache mondane. Per la “folle” storia d’amore con Laura Antonelli. La scintilla con l’attrice italiana, resa celebre da Malizia di Salvatore Samperi e definita da Luchino Visconti “la donna più bella dell’universo”, scoccò sul set di Trappola per un lupo del 1972.

La Antonelli, divenuta il sogno erotico proibito degli italiani già con il film Il merlo maschio nel 1971, era reduce dal naufragio del matrimonio con l’antiquario romano Enrico Piacentini. La storia con Bebel – come l’attrice italiana chiamava Belmondo – durò otto anni e fu svelata al grande pubblico quando la Antonelli disertò la presentazione di Malizia, film campione d’incassi con sei miliardi di lire che fece schizzare il cachet della diva italiana da 4 a 100 milioni. La coppia d’oro degli Anni ‘70, come venne ribattezzata, fu fotografata ad Acapulco e ad Antigua: furono quegli scatti a rivelare al mondo la loro relazione.

Nonostante il legame con Ursula Andress, quello con la Antonelli si dimostrò più forte persino della distanza tra i due, lei residente a Roma e lui a Parigi. Fino agli inizi degli Anni ‘80 quando la relazione si interruppe. Belmondo sposerà Natty Tardivel, una ballerina dalla quale ebbe il suo quarto figlio. Ben altro destino toccò, invece, alla Antonelli: prima i guai con la giustizia, poi l’intervento di chirurgia estetica che la sfigurò. Ritiratasi a Ladispoli, località marittima della Capitale, morì di infarto nel 2015, a 63 anni, tra difficoltà economiche e problemi psichici.

I RICONOSCIMENTI

A partire dai tardi anni Ottanta, Belmondo si diletta tra genere poliziesco, guerra e commedia, come Professione: poliziotto (1983), Irresistibile bugiardo (1984), L’oro dei legionari (1984) e Tenero e violento (1987), privilegiando il teatro. Ma è dal cinema che ottiene l’ennesimo riconoscimento nel 1989, quando riceve il Premio Ce’sar per il migliore attore per il film Una vita non basta di Claude Lelouch. Il 18 maggio 2011 viene insignito della Palma d’oro alla Carriera durante la 64esima edizione del Festival di Cannes. Nel 2016, assieme al regista Jerzy Skolimowski, gli viene assegnato il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. “Rimarrà per sempre Il Magnifico. Jean-Paul Belmondo era un tesoro nazionale, pieno di brio e risate, con voce forte e fisico scattante, eroe sublime e figura familiare, instancabile temerario e mago delle parole. In lui ci siamo ritrovati tutti”, lo ricorda il presidente francese Emmanuel Macron. Mentre l’amico e collega Delon non riesce a trattenere la commozione: “Sono completamente annientato” Adieu Jean-Paul, ci mancherai.