Adesso il Governo è più compatto. Forza Italia sparisce dai vertici delle Commissioni alla Camera. Ed escono ridimensionati pure i 5 Stelle

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Riconferma di tutti i presidenti del Pd, nessuno spazio per Forza Italia e ridimensionamento del M5s. In estrema sintesi è questo l’esito del rinnovo di metà legislatura delle Commissioni di Montecitorio, che dovrebbe servire a far scendere la temperatura all’interno della maggioranza di governo e, in particolare, nelle fila del Pd. Non a caso il partito del premier  conserva tutte le vecchie presidenze: Donatella Ferranti alla commissione Giustizia, Ermete Realacci all’Ambiente, Michele Pompeo Meta ai Trasporti, Luca Sani all’Agricoltura e Michele Bordo alle Politiche dell’Unione europea. Confermati anche gli esponenti della minoranza dem: Guglielmo Epifani resta alle Attività produttive, Francesco Boccia al Bilancio e Cesare Damiano al Lavoro. A queste si aggiungono la presidenza della commissione Difesa, affidata a Francesco Saverio Garofani, che entra al posto del forzista Elio Vito, e quella della Cultura, dove Flavia Piccoli Nardelli sostituisce il forzista Giancarlo Galan. Alla commissione Affari costituzionali, l’azzurro Francesco Paolo Sisto è stato sostituito dall’esponente di Scelta Civica Andrea Mazziotti Di Celso.  Scelta civica però ha dovuto lasciare la presidenza della commissione Affari Sociali, dove al posto di Pierpaolo Vargiu è andato Mario Marazziti di Per l’Italia-Centro Democratico. La commissione Finanze invece è stata assegnata a Maurizio Bernardo di Ap, al posto di Daniele Capezzone (FI). Riconfermato invece Fabrizio Cicchitto (Ncd-Ap) alla commissione Affari esteri. In commissione Cultura, oltre al presidente, cambiano anche i vicepresidenti. In commissione Finanze è  stato eletto vicepresidente Alberto Giorgetti di Forza Italia. Un’elezione a sorpresa, dal momento che l’avrebbe dovuta spuntare la già vicepresidente Carla Ruocco, considerando i numeri del M5S in commissione e il fatto che il Pd votava il suo candidato. Ma due schede del M5S sono state annullate perché compilate in modo non corretto e così è passato Giorgetti. Dal gioco degli incastri quello che emerge con una certa chiarezza, sul piano squisitamente politico,  è che Renzi avrebbe abbassato i toni con la minoranza dem, in cambio di un sostanziale appoggio sulle riforme. Il ragionamento fatto dall’inquilino di Palazzo Chigi ai suoi, secondo le voci di corridoio, sarebbe stato essenziale ma irremovibile. “ Tutti confermati, ma a una condizione”,  che d’ora in poi non ci siano più “manifestazioni di dissenso” nei voti in aula e in commissione, come avvenuto sulla legge elettorale ma anche sul Jobs Act (che però Epifani ha votato. D’ora in poi si rispetta la disciplina del gruppo, è l’ordine impartito dal capogruppo Ettore Rosato nella riunione dei deputati Pd.  E Renzi sa benissimo che in una fase difficile come questa conta più l’accordo  con la minoranza che il patto con gli italiani sulla ventilata ipotesi di abbassare le tasse.  Certo, sullo sfondo di questo rimescolamento di carte in tavola resta lo spettro del rimpasto di governo, previsto per questi giorni ma che Renzi ha rimandato a settembre, scontentando, e non poco, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, costretto ancora una volta a far buon visto a cattiva sorte . E dopo l’estate, i ricambi in esecutivo potrebbero essere più corposi, scommette qualcuno della cerchia stretta del premier, per affrontare la seconda parte della legislatura, quella decisiva.

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