Afghanistan, sei ufficiali italiani indagati per truffa militare. La blindatura dei mezzi era più leggera del previsto. E sull’ombra il “suicidio” del capitano Callegaro

dalla Redazione
Cronaca

Sei ufficiali italiani sono indagati per truffa militare aggravata dalla procura militare di Roma. Al centro dell’inchiesta, la blindatura dei veicoli civili noleggiati dall’Italia in Afghanistan, blindatura che secondo l’accusa era più leggera (e quindi meno cara) di quella pattuita. E il titolare della ditta di riferimento era considerato “vicino ai terroristi”.

Una cosa non da poco, se venisse confermata dall’inchiesta, dato che la blindatura più leggera avrebbe potuto mettere a serio rischio, sostengono gli inquirenti, il personale cui erano destinati. I carabinieri dell’Ufficio di polizia giudiziaria della Procura militare di Roma hanno ascoltato centinaia di militari, in Italia e nei teatri operativi, a tutti i livelli. Gli inquirenti, coordinati dal procuratore militare di Roma Marco De Paolis e dal sostituto Antonella Masala, hanno disposto diverse consulenze informatiche e balistiche e sottoposto a sequestro 28 veicoli civili blindati in quel momento nella disponibilità del contingente militare italiano schierato ad Herat.

Ma la questione pare essere ancora più ingarbugliata. L’indagine è nata dal suicidio di un ufficiale italiano a Kabul. Il capitano Marco Callegaro, di 37 anni, sposato e con due figli, era appena tornato da una licenza in Italia e nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2010 venne trovato morto nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul ucciso da un colpo di pistola. Ma il fatto fu subito archiviato come suicidio, anche se i genitori del militare – che prestava servizio come capo cellula amministrativa del comando ‘Italfor Kabul‘ – hanno più volte sollevato dubbi sulla drammatica fine del figlio.

Dopo la morte di Callegaro, De Paolis e da Masala hanno coordinato le indagini che hanno portato alla luce un presunto giro truffaldino portato avanti da alcuni ufficiali che, con i loro comportamenti, non avrebbero esitato ad esporre a rischio i loro colleghi. L’intera pratica incriminata – corredata da un certificato di blindatura contraffatto – venne curata dagli uffici amministrativi di Kabul, proprio dove Callegaro lavorava.

Gli inquirenti che stanno indagando hanno dipinto un quadro “sconcertante“, di “reiterata contrattazione con una ditta afgana” che sarebbe stata illecitamente favorita. L’azienda in questione, variamente denominata nel corso degli anni, faceva sempre capo ad un individuo risultato, si apprende da fonti degli inquirenti, vicino ad ambienti terroristici internazionali.