Alla faccia dei tagli alle spese militari

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di Carmine Gazzanni

Non solo gli ormai famosi F-35. Ma anche aerei da addestramento e da combattimento, blindati, fregate, elicotteri per ricerche “in territorio non permissivo”, aerei “per la sorveglianza del territorio e del teatro di operazioni”. Finanche sistemi spaziali di monitoraggio di zone terrestri. Ed è solo un assaggio dei tanti programmi militari che il nostro Paese sposa e continua a foraggiare. Con un’unica sola grande conseguenza: altro che tagli, altro che risparmi nel 2014. Il risultato, infatti, è che i tagli sbandierati nella legge di stabilità (specie per quanto riguarda le spese militari) non ci saranno affatto.

Cifre astronomiche
Nessun riferimento concreto alle spese per i programmi militari nei 531 commi dell’unico articolo della legge di stabilità. Bisogna infatti arrivare agli allegati per capire quanto spenderemo il prossimo anno (e quelli a venire) per aerei, missili, fregate e sistemi spaziali. E per capire, come se non bastasse, che il tutto è nascosto da un trucco (cosciente?) dato che tali spese non risultano a carico del ministero della Difesa, guidato oggi da Mario Mauro, ma di quello dello Sviluppo Economico coordinato da Flavio Zanonato. Il perché di tale scelta resta oscuro. I numeri, però, parlano chiaro: sono ben 16 i decreti a cui si fa riferimento nell’allegato relativo alle “autorizzazioni di spesa a carattere pluriennale”. La cifra che ne deriva, a conti fatti, è impressionante: solo nel 2014 spenderemo per i programmi militari oltre 2 miliardi di euro (per la precisione: 2.212.245.000). E se sommiamo l’importo totale dei finanziamenti pluriennali (per alcuni progetti si arriva al 2017, per altri anche al 2029), arriviamo all’astronomica cifra di 13 miliardi 519 milioni di euro. E non stiamo parlando nemmeno della totalità dei progetti militari, ma solo di quelli rientranti nei sistemi dell’aeronautica.

Gimcana di leggi
Bisogna entrare però nel merito per capire realmente di cosa stiamo parlando. Il gioco di rimandi tra leggi, articoli e commi è impressionante. Il primo finanziamento, infatti, è disposto in virtù dell’art. 3 della legge 808 del 1985 che prevede appunto fondi per le “imprese nazionali partecipanti a programmi in collaborazione internazionale per la realizzazione di aeromobili, motori, equipaggiamenti e materiali aeronautici”. Stiamo parlando di 50 milioni per il 2014, 50 per il 2015 e 50 per il 2016 più altri 590 da assegnare fino al 2028. Ecco poi il secondo finanziamento (120 milioni per il 2014; un totale di 1,8 miliardi fino al 2029) che si richiama al dl 321 del 1996, art. 5. Le finalità sono esattamente le stesse, tanto che si parla di “finanziamento dello sviluppo tecnologico nel settore aeronautico”. Ma ecco il punto: nel testo dell’articolo si fa riferimento espressamente alla stessa legge del 1985. Esattamente come accade anche per gli altri decreti. È così, infatti, anche per l’art. 1 della legge 296 del 2006 (130 milioni per l’anno prossimo; oltre un miliardo fino al 2023) e per l’art. 1 della numero 220 del 2010 (43 milioni per il 2014; 303 fino al 2023). Perché disporre, allora, più finanziamenti giustificandoli con il richiamo a leggi differenti sebbene facciano riferimento alla stessa “legge-madre”?

La difesa non paga
Ma non finisce qui. Troviamo ulteriori due leggi citate per disporre finanziamenti: la n. 244 del 2007 (65 milioni oltre un miliardo solo per l’anno prossimo, per un totale di 5 miliardi e mezzo fino al 2021) e la 215 del 2011 (in tutto 319 milioni). Entrambe richiamano, nel testo, la già menzionata legge del 1996 che, come detto, a sua volta richiama quella del 1985. Insomma, un giro tortuoso, una serie impressionante di decreti tramite cui oggi si dispone (e giustifica) una miriade di fondi da assegnare agli stessi progetti militari. E tutto, come detto, senza far ricadere la “responsabilità” sul ministero della Difesa, ma su quello dello Sviluppo Economico. Se però ci chiedessimo se e quale sia il beneficio per i cittadini, bisognerebbe fare un respiro profondo prima di cercare una risposta. Se ci si riesce.