Altissimo: i soldi da Mosca ai partiti un’abitudine

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di Sergio Patti

C’è un capitolo del suo libro “L’inganno di Tangentopoli” che si intitola, l’oro di Mosca. La storia dei finanziamenti alla politica non è una novità, vero?
“Ma figuriamoci. Dal dopoguerra in poi l’Unione Sovietica ha condizionato la politica europea con miliardi di rubli. E tanti di questi sono arrivati anche in Italia”.
Renato Altissimo, più volte ministro ed ex segretario del Partito liberale, vede come un dejà vu l’apertura di credito di una banca russa al partito di Marine Le Pen. E non lo sorprende nemmeno che una volta il Cremlino finanziava i partiti comunisti, mentre oggi i soldi vanno – seppure formalmente sotto forma di operazione commerciale tra soggetti privati – a un partito di destra come il Front National.
Perché l’apertura di credito di una banca russa al partito politico di un altro Paese ricalca un vecchio cliché?
“Nel dopoguerra il Partito Comunista Italiano era finanziato regolarmente da oltre Cortina. I soldi arrivavano attraverso due sistemi. Il primo era il finanziamento diretto dal Pcus al Pci. Un sostegno assolutamente necessario al partito che da Togliatti a Berlinguer aveva costruito un apparato elefantiaco, con impiegati, strutture di controllo elettorale del territorio, cellule, stampa, sindacati. Una struttura che costa e che senza i soldi di Mosca non sarebbe mai potuta stare in piedi”.
Il secondo sistema?
“Tutte le transazioni commerciali tra l’Italia e i Paesi sovietici avevano un costo di intermediazione. Capitò persino a me di essere attirato in questa trappola. Negli anni sessanta, prima di far politica, lavoravo nell’azienda di famiglia che produceva fanali per auto. Un intermediario della Zastava (l’industria automobilistica Jugoslava) che ricordo ancora si presentò come il ragioniere Bianchi, ci propose una grossa fornitura. La condizione era però di versare il 3% dell’intera commessa su un conto svizzero intestato a persone jugoslave di cui mi avrebbe fatto sapere il nome, il 2% andava su un conto estero dello stesso Bianchi e il 5% su un altro conto sempre non italiano come quota per i compagni comunisti italiani”.
L’operazione si fece?
“Me ne guardai bene. Però capì per esperienza diretta che in quell’epoca tutte le transazioni commerciali tra l’Italia e i Paesi del Patto di Varsavia generavano risorse che finivano a finanziare il sistema politico. Stiamo parlando di cifre immense: basti pensare alle sole importazioni energetiche”.
Il caso odierno riguarda una banca ed è alla luce del sole.
All’epoca invece era tutto coperto. E con epiloghi tragici. Basti pensare alla morte di Giovanni Falcone. Nonostante svolgesse il ruolo di direttore del Dipartimento degli affari penali, il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankov aveva preso un appuntamento con il famoso magistrato italiano. Stepankov indagava sui miliardi fatti sparire dal Kgb passando da San Marino. Due giorni prima di quell’appuntamento il giudice saltò a Capaci”.
Ora dalla Russia arrivano soldi a un partito di destra. Curioso, no?
“Niente affatto. Putin è a capo di un suo partito che ha conservato della sinistra il piglio autoritario e antidemocratico. Come fu da Stalin in poi, una delle corde su cui poggia il suo potere è quello spirito nazionalista che oggi contrappone la Russia all’unione europea. La crisi ucraina ne è solo l’ultimo esempio. In ballo ci sono investimenti miliardari e il consolidamento di un potere che passa attraverso il controllo del rubinetto di gas ed energia. Questa Europa che sta con kiev è un pericolo. Combatterla dal di dentro, aiutando forze dichiaratamente euroscettiche come il Front National, ha perciò una sua logica. E insieme una inammissibile ingerenza nelle questioni interne di tutti i Paesi che compongono la comunità europea”.