L’altra guerra: sotto attacco è il Made in Italy. I prezzi delle materie prime stanno frenando le nostre eccellenze. Costo e scarsità del grano mettono in ginocchio le imprese del settore

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Con l’invasione dell’Ucraina, l’esercito russo non sta solamente affamando gli abitanti delle città sotto assedio. L’occupazione del Paese, che insieme alla Russia è tra i cinque principali produttori mondiali di grano, è destinata ad aggravare la malnutrizione in altre regioni del mondo, anche molto distanti, in un effetto domino di proporzioni globali. Tutto questo avviene in un sistema alimentare fortemente interconnesso, dipendente da poche risorse a rischio estinzione, ancora non riemerso dalla pandemia e già sofferente per le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’uomo.

L’Ucraina insieme alla Russia è tra i cinque principali produttori mondiali di grano

Basti un dato: Ucraina e Russia sono responsabili del 12% delle calorie globali scambiate con il commercio alimentare. La maggior parte di esse proviene dal grano: i due Paesi ne coltivano ed esportano il 30% di tutto quello consumato al mondo. L’attacco all’Ucraina e le successive sanzioni alla Russia hanno fatto schizzare i prezzi del grano ai livelli più alti da 2010: è una pessima notizia che avrà conseguenze non solo nell’immediato.

In Europa, intanto, l’aumento del 50% del prezzo del grano nelle ultime due settimane – il massimo da 14 anni – e il picco analogo, il più alto da dieci anni, che ha colpito il mais, impensieriscono gli agricoltori, già angosciati dalla minaccia esplicita della Russia di tagliare le forniture di fertilizzanti e dalle impennate dei prezzi registrate anche in questo settore.Tanto che le potenti lobby degli agricoltori polacchi, francesi e irlandesi stanno già moltiplicando le pressioni sulla Ue perché ammorbidisca gli obiettivi del Green Deal, perché annacqui la promessa di aumentare l’agricoltura biologica al 25% e di dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030.

In Italia è stata la Coldiretti a lanciare l’allarme: importiamo il 64% del nostro fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais per l’alimentazione del bestiame. E l’Ucraina, in particolare, “è il nostro secondo fornitore di mais con una quota di poco superiore al 20% ma garantisce anche il 5% dell’import nazionale di grano”. Insomma, una situazione profondamente preoccupante.

Complessivamente, secondo le elaborazioni Ismea su dati Comtrade (data base Itc), le esportazioni agroalimentari dell’Ucraina verso la Ue-27 sono state pari a 5,4 miliardi di euro nel 2020, facendo del mercato comunitario – con una quota del 28% – una delle principali destinazioni delle derrate provenienti da Kiev. In tale contesto, l’Italia si posiziona al decimo posto tra gli acquirenti del Paese dell’ex blocco sovietico per un fatturato di 496 milioni di euro pari al 3% dell’export agroalimentare ucraino, in flessione del 19% su base annua.

Mentre sul versante dell’import dell’Ucraina, l’Italia è il secondo fornitore di prodotti agroalimentari, dopo la Polonia, con una quota del 7% pari a 415 milioni di euro, sempre nel 2020. Il nostro Paese acquista dall’Ucraina soprattutto oli grezzi di girasole, mais e frumento tenero. Relativamente al mais, è da segnalare che l’Ucraina è il nostro secondo fornitore dopo l’Ungheria, con una quota di poco superiore al 20% sia in volume che in valore. Una situazione, questa, che suscita profonde preoccupazioni. E non a caso diversi produttori di pane e pasta già hanno detto chiaramente che inevitabilmente i prezzi saranno destinati ad aumentare. Esattamente come già accaduto per il carburante.