Altro che processo equo. Ora i marò rischiano la morte

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di Angelo Perfetti

Fino ad oggi la storia dei marò è stata trattata dal governo italiano come una farsa, ora rischia di trasformarsi in tragedia. Fonti indiane infatti hanno segnalato come la Nia, ossia l’ufficio investigativo indiano che sta occupandosi del caso, ha chiesto di adottare il “Sua act” del 2002, quello che prevede anche la pena di morte. Alla luce di questo ennesimo schiaffo all’Italia, fanno ancor più arrabbiare le dichiarazioni che in questi due anni di prigionia dei nostri marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, il governo – nelle sue varie componenti – ha sciorinato al popolo italiano.

Le contraddizioni
Si è detto che tenevamo toni bassi per non indispettire le autorità di Nuova Delhi, ed ecco che quest’ultime si muovono con una determinazione riservata ai peggiori criminali; si è detto che si puntava a una soluzione rapida, e i nostri fucilieri sono prigionieri ormai da tempo immemore, si è parlato di una volontà di mantenere vivi i rapporti commerciali, e gli indiani hanno bloccato le commesse di elicotteri di Finmeccanica, si è parlato di processo equo, e siamo all’ipotesi di pena di morte. Cos’altro deve accadere affinché l’intero comparto del nostro ministero degli Esteri prenda coscienza che bisogna cambiare strategia e cominciare a farci rispettare? E’ comprensibile la difficoltà di affermare di aver sbagliato tutto, ma è un fatto che l’unica piccola impuntatura sulla quale l’Italia ha mostrato un po’ di carattere – e cioè quella relativa al mancato invio in India degli altri quattro militari di pattuglia per essere interrogati – ha sortito l’effetto di vederli ascoltati in Italia, seppur nell’ambasciata indiana.
La decisione dei giudici Parlando con l’Ansa, una fonte diplomatica ha ricordato che seppure la Nia ha fatto richiesta per applicare il Sua Act, “la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa’’ a carico di Latorre e Girone. Peraltro è acclarato il forte contrasto esistente tra gli Esteri e gli Interni sulla vicenda. Lo scorso aprile, il ministro degli Esteri Salman Khurshid, infatti, si era impegnato con l’Italia sostenendo che il caso dei marò non rientrava fra quelli “rari tra i più rari” che prevedono l’applicazione della pena di morte. Lo stesso ministero degli Interni aveva modificato un suo ordine alla Nia rimuovendo il riferimento al ‘’Sua Act’’. La legge, approvata nel 2002 in conformità con i trattati internazionali sulla sicurezza marittima, sarebbe al centro dell’acceso dibattito fra i due ministeri. La ‘’Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della Navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale’’ stabilisce chiaramente che se qualcuno uccide un altro, sarà passibile di pena di morte. Il governo dunque rassicvurò, ma la Nia sta seguendo un’altra pista. La Bonino pure rassicura, ma intanto a Nuova Delhi si sta pensando di chiedere una consulenza legale governativa.

Il “casus belli”
L’incidente della Enrica Lexie e’ avvenuto a 20,5 miglia nautiche al largo delle coste del Kerala, oltre quindi le acque territoriali indiane ma all’interno della cosiddetta ‘’zona di interesse economico esclusivo’’ che si estende fra 12 e 200 miglia nautiche e su cui il Sua Act si applica. “La nostra logica – ha detto al giornale un responsabile della Nia – è che uccidendo i pescatori, i marò hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. E siccome c’è stato un omicidio, sono passibili di essere accusati in base ad una Legge che prevede la pena di morte”. Secondo quanto riferisce il giornale Hindustan Times, il ministero degli Esteri si e’ impegnato ad ‘’assicurare che i due militari non siano perseguiti in base al Sua Act’’. ‘’Questo sarebbe una violazione della promessa fatta da Khurshid – spiega – che ha il valore di una garanzia di uno Stato sovrano’’ . Per questo, dopo la consegna del rapporto della Nia, il dicastero degli Esteri ‘’farà un’attenta valutazione e esaminerà tutti gli aspetti legali prima di dare la sua posizione ufficiale’’. Il richiamo indiano allo “Stato sovrano” è quello che fa più male. Ricapitoliamo: la Lexie è rientrata in India da acque internazionali, i nostri militari erano a bordo su mandato internazionale e dovrebbero essere giudicati da un tribunale internazionale, la prova che siano stati loro a sparare non c’è (i proiettili non corrispondono…). Cosa aspetta l’Italia a tornare a essere lei uno Stato sovrano?