Altro che Raggi scaricata, così Grillo l’ha blindata. Il sonetto rilanciato dal garante M5S è tutt’altro che un attacco ai romani

di Giuseppe Vatinno
Politica Roma

Domenica di sole e di mare, domenica afosa e sonnolenta quando nell’infosfera deflagra il botto: un post in vernacolo sul blog di Beppe Grillo, Virgì, Roma nun te merita di Franco Ferrari. L’inizio è trilussiano: A Virgì, pijia na valigia, tu fijio, tu marito, famme un fischio, che se n’annamo via da sta gente de fogna. Lassa perde. Nel mezzo tracce morettiane (Ve lo meritate Alberto Sordi! in Ecce Bombo): Ve meritate Carraro, Signorello, Darida, Veltroni, Rutelli, Alemanno! Marino. E poi il finale lirico stile Luca Barbarossa (Roma spogliata): Pé questo ve dico che l’onesti dovrebbero pijà e valige, e, annassene, abbandonà sta città bella e zoccola.

Subito si diffonde come una saetta l’interpretazione: “Grillo scarica la Raggi”. Gran lavorio di meningi nel centro-destra, ma anche nel Pd che tramite Monica Cirinnà si associa alla tesi dell’odiata – a parole – destra. Zingaretti tace e quindi acconsente. Questi segni numinosi che hanno pervaso domenica l’orizzonte romano hanno costretto il Campidoglio a interpretare e smentire ufficialmente. La stessa sindaca Virginia Raggi è saggiamente intervenuta in serata con un post su Facebook in cui chiedeva di togliere “gente de fogna”: “Sono sindaco di tutti i romani, soprattutto di chi mi critica”.

La questione però non si è placata perché alcuni consiglieri M5S si sono scagliati contro il sonetto come Gemma Guerrini: “Un testo scritto in un finto dialetto romano da un finto proletario (provate dalle mie parti a parlare di ‘gonadi’…)”. L’opera poetica è dunque un testo a sostegno e non contro la ricandidatura della Raggi che, si legge appunto, ha dovuto combattere contro la criminalità organizzata – come i Casamonica – portando il Comune ad essere vincente. E l’attacco invero sopra le righe alla “gente de fogna” era rivolto non ai romani in generale, che in tal caso sarebbe veramente un suicidio politico tafazziano, ma solo appunto a quella parte di romani che sono sempre critici, pronti al distinguo, fastidiosamente contrastanti.

Quei romani, resi spesso caricaturali nei film panettoni da tanta cinematografia, che fanno dell’arte del maneggio la loro unica ragione d’essere. E solo chi non conosce il Grillo comico e anfitrione, quello teatrale e spettacolare, potrebbe commettere questo marchiano errore di interpretazione. Il senso del sonetto è che Roma non merita Virginia Raggi, ma lei c’è e per fortuna, come una volta si diceva del già Cavaliere Reo Silvio, per rimanere ancora nel dipresso della classicità romana. Grillo è un guitto e usa un linguaggio particolare, un Grammellot, come il suo amico premio Nobel Dario Fo e come Carlo Emilio Gadda, l’autore indimenticabile di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Il romanesco è una lingua particolare che contiene innumerevoli munizioni satiriche che possono esplodere nel caldo cielo di questa strana estate virale, ma occorre conoscere bene non solo questo dialetto, ma soprattutto l’ironia sarcastica, anche su se stessi, che caratterizza il popolo romano prima di dare giudizi sbagliati. Meraviglia piuttosto che i giornaloni, tra cui ci sono naturalmente quelli transpadani, sembra che non abbiano altro di cui parlare che di questo come se non avessero imparato, appunto, a conoscere quella simpatica canaglia di Grillo che è capace di scherzare prima ancora su se stesso che sugli altri. Non aver capito questo restituisce tutto il numero della impreparazione in fondo culturale di chi macina luoghi comuni e dietrologie d’accatto. C’è gente che ancora pensa che la politica sia auto blu, magari una Fiat berlina, con dentro Colombo e Rumor.