Appello vietato ai pm, resuscita la legge Pecorella. La risposta alla svolta chiesta da Mattarella: una norma incostituzionale

Appello vietato ai pm, resuscita la legge Pecorella
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Una profonda riforma della giustizia è necessaria. Lo ha appena sostenuto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando alle Camere dopo la sua rielezione (leggi l’articolo). Una riforma invocata, discussa e mai realizzata nonostante un terremoto come quello rappresentato dal cosiddetto “caso Palamara”. Qualcuno in Parlamento sembra però avere le idee più chiare di altri sul cambio di passo auspicato dal Capo dello Stato e anziché guardare al futuro punta a quanto non è riuscito a Silvio Berlusconi con i suoi governi, affinché l’accusa abbia man mano sempre meno armi, con la promessa delle massime garanzie per gli imputati e nella pratica notevoli difficoltà nel fare giustizia.

Ecco infatti che in Senato spunta un disegno di legge presentato da sette senatori azzurri, a cui se ne sono aggiunti anche due della Lega e uno di Italia Viva, che puntano a riesumare la parte della legge Pecorella bocciata dalla Corte Costituzionale e a impedire ai pm di impugnare le sentenze di assoluzione in primo grado. In tal modo chi viene condannato può fare appello, ma chi viene assolto può dormire sonni tranquilli senza il rischio che un pubblico ministero chieda di pronunciarsi sulla vicenda ai giudici di secondo grado.

IL QUADRO. Il disegno di legge è stato presentato dai senatori azzurri Franco Dal Mas, Giacomo Caliendo, Fiammetta Modena, Nazario Pagano, Luigi Vitali, Massimo Mallegni ed Enrico Aimi, dal renziano Giuseppe Cucca, e dai leghisti Andrea Ostellari e Simone Pillon, per modificare appunto il codice di procedura penale in materia di impugnazione delle sentenze. E dunque per ripartire da dove la legge varata dal terzo Governo Berlusconi, la numero 46 del 2006 messa a punto da Gaetano Pecorella (nella foto), e poi smontata dalla Consulta, si è bloccata.

La norma aveva stabilito l’inappellabilità delle sentenze assolutorie di primo grado da parte dei pm. Una di quelle leggi bollate dall’allora opposizione di centrosinistra come leggi ad personam, rimandata alle Camere dall’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e poi modificata varie volte dalla Corte Costituzionale.

LA MOSSA. I dieci senatori che hanno presentato il nuovo disegno di legge sostengono che le posizioni della Consulta sono ormai superate, che le armi dei pm sono tali da non poter essere considerata la pubblica accusa sullo stesso piano della difesa e che dunque, anche alla luce degli indirizzi dati a livello europeo, è opportuno tornare all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Un’iniziativa isolata, che difficilmente verrà discussa? Forse no.

Il disegno di legge sembra infatti inserirsi in un percorso che va tracciando il Governo dei migliori in cui la pubblica accusa e anche il diritto di informazione sembrano sempre più ridimensionati. Non sembra infatti un caso che i dieci senatori sottolineino la relazione finale della Commissione di studio, presieduta da Giorgio Lattanzi, per la riforma della giustizia penale, voluta dalla ministra della giustizia Marta Cartabia, in cui viene dato un particolare suggerimento per il nuovo processo penale: “Prevedere l’inappellabilità delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero”.

Ecco l’idea che si va facendo largo per velocizzare i processi e snellire il lavoro dei tribunali. E c’è di più. Nel disegno di legge viene infatti anche evidenziato quanto previsto dalla legge sulla presunzione di innocenza voluta dal deputato Enrico Costa, di Azione. Chissà dunque che ai Migliori non riesca quello che non fu possibile neppure al Cav.