L’arte millenaria delle Fake news. Da Ulisse a Pinocchio, le bugie hanno le gambe lunghe. L’ultimo viaggio filosofico nel saggio della Bettetini

di Carmine Castoro
Cultura
Maria Bettetini

L’arrivo questa settimana nelle sale italiane dell’adattamento cinematografico del burattino di Collodi a firma di Matteo Garrone (con Benigni-Geppetto), e il ricordo della sua autrice scomparsa due mesi fa, ci spingono a riprendere fra le mani questa Breve storia della bugia. Da Ulisse a Pinocchio (Raffaello Cortina, pagg. 157, euro 13) della filosofa Maria Bettetini. Libro che, seppur scritto parecchi anni fa, ha il pregio di essere di cruciale attualità, una sorta di pinacoteca dentro il pensiero occidentale di ritratti di teorici che hanno studiato i delicati rapporti che la menzogna intreccia con quella che definiamo “verità”.

Scopriamo allora che tutta, o gran parte della questione, ruota intorno al concetto di “intenzione”. Mente chi ha un “cuore doppio”, afferma severamente Agostino da Ippona, oltraggio a Dio che pretende sempre trasparenza di volontà e nessun tradimento del compagno di cammino. Anche per Aristotele essere sinceri è un atto comunicativo basato su disposizioni ed educazione. Per Platone solo al saggio è consentito occultare taluni fatti per calcolo di opportunità nella gestione della cosa pubblica. Per il giusnaturalista Grozio dire il falso è inammissibile perché lede un principio eterno di giustizia, lo stesso cui si appellerà ancora più severamente Kant pronto a sostenere che finanche a un assassino o al potenziale violentatore di mio figlio sono costretto a non camuffare l’oggettività per non infangare le leggi stesse dell’umano sentire.

In epoca di post-verità e fake news, la verità si porge sempre più necessariamente, allora, come pratica etica, vincolo razionale o forma di dominio, reciproco riconoscimento di significati o manipolazione delle menti e del senso comune, ma sicuramente afferisce a una sfera primariamente al di qua dell’evento in sé, che nasce già “fatto”, appunto, cioè composto, elaborato, conosciuto secondo certi assiomi e scale di certezza. Dunque, forse è vincente il pensiero barocco che parla di “disinganno”, di una “dissimulazione onesta” all’interno della quale l’uomo si sforza di mascherare la sua debolezza, giocando di prestigio con la morte e gli spettri, affrontando il sentimento tragico della vita con la fecondità delle forme e dei racconti, la plasticità di una bellezza irrisa ma mai doma, inebriandosi di quella danza di metafore e illusioni in cui il “pazzo” Nietzsche vedrà paradossalmente l’antidoto al vero inteso come “rigida ragnatela di concetti” in cui cadiamo impigliati, moneta diventata puro metallo con cui non compri più alcuna àncora di salvezza.