65 miliardi UE fermi. La burocrazia rallenta la transizione green

Roma, 22 lug. (askanews) – Il territorio italiano continua a pagare il prezzo di decenni di mancata manutenzione e cementificazione selvaggia. Ogni inverno le cronache si riempiono di frane, alluvioni e dissesti idrogeologici che colpiscono un Paese geologicamente fragile, dove la prevenzione viene sistematicamente sacrificata sull’altare dell’emergenza. Eppure, mentre l’Italia conta i danni di eventi climatici sempre più estremi, l’Unione Europea ha messo sul piatto risorse senza precedenti per invertire questa tendenza. L’UE ha stanziato 31,7 miliardi di euro per la finanza climatica, di cui 4,6 miliardi provengono direttamente dal bilancio europeo. Il bilancio annuale dell’UE per il 2026 prevede inoltre 56.971,9 milioni di euro destinati a risorse naturali e ambiente. Al centro di questa strategia ci sono i cosiddetti “Nature Credits”, un meccanismo innovativo che potrebbe rivoluzionare l’approccio alla tutela del territorio. “L’Unione Europea si è finalmente resa conto che prevenire è meglio che curare il disastro dopo che è avvenuto”, spiega Pasquale Vessa, esperto in politiche ambientali ed energetiche CEO di Vessa Holding. “Dopo eventi come quelli che abbiamo visto recentemente, parlare dei crediti di natura che l’Europa sta mettendo in campo diventa fondamentale per il nostro territorio”. La Commissione Europea ha lanciato una roadmap per la creazione di un mercato dei Nature Credits che potrebbe valere fino a 180 miliardi di dollari a livello globale. L’UE si è impegnata a destinare il 10% del suo bilancio alla biodiversità entro il 2026-2027 e a raddoppiare la spesa esterna per la biodiversità. Si tratta di crediti che riconoscono economicamente interventi di manutenzione del territorio, pulizia di alvei fluviali, gestione del sottobosco e regimentazione delle acque piovane. “Questi crediti possono essere utilizzati anche dagli agricoltori e silvicoltori”, continua Vessa. “Come si faceva una volta, ogni agricoltore si puliva il proprio tratto di ciglio stradale e quindi l’acqua defluiva normalmente. Il sistema riconosce un credito d’imposta per ettaro di intervento manutentivo”. Tuttavia, il meccanismo dei Nature Credits si scontra con la realtà burocratica italiana. Mentre l’Europa accelera sui finanziamenti, i processi autorizzativi nel nostro Paese sono praticamente fermi. “Non esce nessuna autorizzazione, le imprese hanno disponibilità di fondi e potrebbero fare i lavori, ma questo non viene fatto”, denuncia Vessa. “Quando si fanno convegni sulla transizione energetica è tutto molto bello sulla carta, ma i processi autorizzativi del ministero sono fermi da mesi”. Il problema non riguarda solo le energie rinnovabili, ma si estende a tutti gli interventi di tutela ambientale. “Secondo me si dovrebbe passare dall’autorizzazione unica all’autodichiarazione unica”, propone l’esperto. “L’impresa, dopo aver fatto redigere il progetto da professionisti qualificati e aver messo una fideiussione a garanzia, dovrebbe poter procedere. I controlli si fanno a posteriori e se il progetto non rispetta le norme, si escute la cauzione”. L’urgenza di sbloccare questa situazione è evidente se si considera che il periodo cruciale per l’implementazione dei Nature Credits è proprio il 2025-2027, e siamo già nel pieno di questa finestra temporale. La domanda potenziale globale di crediti per la biodiversità potrebbe superare i 180 miliardi di dollari, ma l’Italia rischia di perdere questa opportunità a causa della paralisi burocratica. Il territorio italiano, caratterizzato da un “puzzle” come lo definisce Vessa, ha bisogno più di altri di questi interventi. “Non siamo di fronte a un deserto o a zone sterminate come in altre parti del mondo. La condizione del territorio italiano richiede il mantenimento di un equilibrio molto delicato, e questa misura è fondamentale”. I Nature Credits potrebbero funzionare come un nuovo piano di sviluppo rurale, avvicinando il mondo delle imprese all’agricoltura e rimettendo in moto l’economia italiana legata alla tutela ambientale. “C’è tutto un mondo attorno alla questione ambientale che potrebbe essere sostenuto”, conclude Vessa. “Ma bisogna agire rapidamente, perché il Paese è fermo e non possiamo permetterci di perdere questa occasione”. La sfida ora è duplice: da un lato l’Europa deve completare le linee guida operative per evitare fenomeni di greenwashing, dall’altro l’Italia deve snellire drasticamente i suoi processi per non sprecare risorse che potrebbero trasformare radicalmente l’approccio alla prevenzione del dissesto idrogeologico.