Aspettando ancora che Letta batta un colpo

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di Maria Giovanna Maglie

Sembra già il circo Barnum, non è un bello spettacolo l’Italia che vorrebbe raccontarsi pacificata e invece litiga su tutto, dalla Tav all’Imu, dalla riforma della giustizia a quella sulla legge elettorale, dalle regole meno usurarie da richiedere all’Europa, scusate se è poco, e giù pe’ li rami arriva al solito gigantesco problema dei problemi, l’esistenza in vita e la permanenza in politica con successo di popolo immutato di Silvio Berlusconi, alle quali un pezzo di Paese con rappresentanza tribunalizia imponente non intende rassegnarsi. Le larghe intese vanno a sbattere sulle storiacce italiane di tutti i giorni, e non basta certo un governo deboluccio, fatto di democristiani esangui del ventunesimo secolo, e finora incapace di trasformare in decisione concreta una sola delle tante cose urgentissime promesse, a star fuori dai marosi. Non basta una lite caricata a pallettoni mediatici, come quella inscenata dal duo Letta Alfano, a distrarre dalla realtà dura e cruda secondo la quale nell’abbazia dove si è ritirato per due giorni il governo non ha concluso nulla, a parte annunciarci di essersi imbavagliato per lavorare meglio. Intanto si litiga sul serio, si assalta, si ammazza e ci si ammazza. Qualche esempio dalla cronaca: lo scazzo portentoso tra Renato Brunetta e Laura Boldrini ha i tratti grotteschi dell’esasperazione, il capogruppo Pdl che la fa veramente lunga sulla richiesta di solidarietà per i fatti di Brescia perché vuol buttarla in caciara, come si dice a Roma, il presidente della Camera che parla di sé stessa in terza persona nel tentativo di coprire con la forma la sostanza palese della sua faziosità comunista. Oppure c’è Anna Finocchiaro che si prova a fare un legge elettorale self served express per guadagnare tempo, dimostrando così quanta fiducia nutra nel governo di cui dovrebbe essere co-espressione.

Mentre Fabrizio Cicchitto e Renato Schifani piantano paletti di fuoco ribadendo che non si tocca porcellum senza riforma della giustizia, così erano i patti, tanto più che le sentenze incombono, il metodo Boccassini si è disvelato a tutti nella sua eccezione socio antropologica del dagli all’araba e alla mignotta, anche ieri infine il Cav si è beccato tre ore di interrogatorio, stavolta sulle ragazze che gli procurava il faccendiere Tarantini. Tanto più che con il porcellum il Cav ha sempre l’opzione d’oro di andare al voto e vincere sul serio, Camera e Senato, sfidando anche Giorgio Napolitano a mettere in pratica la minaccia di dimissioni. A Ragusa un uomo al quale hanno venduto la casa per un debito di diecimila euro con la banca si dà fuoco con famiglia, nelle valli del Nord gli assalti degli anti tav sono comprensivi di arsenale con mortaio. Anche i clandestini che non solo non possiamo espellere ma proprio non possiamo nominare, tocca dire migranti o la Boldrini si incazza, sono piuttosto agitati. Dimenticavo, Matteo Renzi, il nostro Blair, quello che piaceva tanto anche al Cav, si è trasformato in aspirante leader della sinistra interna, con la seguente idea forte: “Per non cercare i voti del Pdl è finita che del Pdl ci siamo presi i ministri. E non credo che la cosa ci convenga”. Non è facile colore, è proprio l’Italia della pacificazione, e amen.

Le larghe intese
La nave delle larghe intese non va. In attesa del prossimo venerdì, il venerdì scorso il consiglio dei ministri non è riuscito a varare il decreto legge annunciato sulla cassa integrazione e sul rinvio del pagamento della rata Imu di giugno sulla prima casa. Enrico Letta aveva tranquillizzato tutti: «La decisione politica è presa. Serve solo una settimana di tempo perché il ministro dell’Economia trovi le coperture». Ma Saccomanni era appena arrivato in un ministero dove  era cambiato il capo di gabinetto e lo staff di vertice era appena arrivato, quindi non si era organizzato; come lui tutti i membri dell’esecutivo sono alle prime armi nell’incarico che hanno ricevuto. Giovani molti, bello qualcuno, ma non sanno nemmeno da che parte iniziare. Per esempio, non sembrano sapere che fare con l’Europa, cuore dei nostri problemi economici.Non si vede ancora traccia di una maggiore e indispensabile intransigenza nel difendere  scelte politiche che vadano a vantaggio di tutti e non solo di alcuni Paesi dell’Unione, dalla politica monetaria suggerita da Mario Draghi ed ostacolata da Schäuble, il ministro delle finanze tedesco, a quella dell’unione bancaria,fino al Patto di stabilità.

Niente deroga
Non si capisce perché una deroga debba essere concessa ad alcuni, aFrancia, Spagna e forse Olanda, e negata ad altri, segnatamente a noi. Noi patiamo il massimo della crisi economica, con una disoccupazione pari a cinque volte quella tedesca, ma anche con  una situazione finanziaria, escluso il debito, tra le più solide. Se continuano a strangolarci con l’austerità, quello che guadagniamo in termini di minor deficit lo perdiamo come sviluppo potenziale. Il debito, in rapporto ad un PIL sempre più contratto, è destinato a salire, nelle peggiori delle ipotesi, in ogni caso mai a calare, a metterci in condizioni di rispettare regole europee rigide e immutate. Chissà se in ritiro in abbazia ne hanno parlato.