Assedio al fortino di Palazzo Chigi: da Andrea Orlando a Dario Franceschini passando per Enrico Letta. Per il dopo Renzi c’è già la fila

di Stefano Iannaccone
Politica

Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio. Sarà questo il motto che circola a Palazzo Chigi. Matteo Renzi inizia a essere sospettoso anche dei renziani. O almeno di chi si definisce tale. Perché in tanti sono pronti a cambiare veste. La sconfitta elettorale, il calo nei sondaggi e il rischio di un ko al referendum di ottobre sono segnali allarmanti. E come se non bastasse c’è pure il Nuovo centrodestra che minaccia la crisi di Governo (vedi pagina 3). Quindi, con il vento che cambia, in molti pensano a riposizionarsi.  Il presidente del Consiglio ha fiutato l’aria: non a caso ha citato spesso, con tono ironico, i renziani che devono impegnarsi di più per il partito e di meno a parlare in Transatlantico. A questo si sommano i rivali storici. Che ambiscono a un ruolo di primo piano. A cominciare dall’ex premier Enrico Letta per finire con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

MANOVRA FRANCESCHINI – In questo contesto c’è chi pensa di poter raccogliere l’eredità di Renzi. È il caso del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, indicato come il candidato alla presidenza del Consiglio nel caso gli eventi dovessero precipitare con il voto al referendum sulle riforme. Certo, si tratta di uno scenario futuribile e sarebbe comunque una soluzione temporanea. Ma l’ex segretario del Pd conta su una corrente sostanziosa, come quella di Areadem, che arruola anche gli ex Ds diventati renziani, come l’ex sindaco di Torino Piero Fassino e la vicepresidente della Camera Marina Sereni. Poi c’è il capogruppo dem a Montecitorio, Ettore Rosato. Franceschini, spiazzando tutti, ha pubblicamente chiesto un ritocco all’Italicum dopo la consultazione di ottobre. Una sortita che non è passata inosservata e che rientra nell’operazione di sganciamento da Renzi avviata da qualche settimana dal ministro. Ma il passo è quello lento e felpato del democristiano di lungo corso. C’è anche un altro ministro che studia il riposizionamento: il Guardasigilli Andrea Orlando, co-leader della corrente di Matteo Orfini Rifare l’Italia (più nota come Giovani Turchi). Mentre il presidente dell’assemblea nazionale del Pd è in affanno, per la contestazione mossa sulla gestione commissariale di Roma, Orlando ha saputo stare al coperto. Facendosi molti amici. E in caso di rovinosa caduta del Governo Renzi può cercare di fare da cerniera con la sinistra del partito. Esattamente come il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, indicato come il vicesegretario unico prescelto da Renzi, prima che il leader del partito si rimangiasse tutto.

NEMICI DA SEMPRE – Con la minoranza interna è archiviata ormai qualsiasi ipotesi di dialogo. L’affondo, inatteso, nei confronti di Michele Emiliano ha tagliato totalmente i ponti. Così Pier Luigi Bersani non ha nemmeno preso parola alla direzione nazionale. “Cosa avrebbe dovuto dire di più?”, sussurra un esponente della sinistra del Pd. Perché infatti Gianni Cuperlo e Roberto Speranza sono stati molto chiari. C’è grande insoddisfazione per la gestione della segreteria. E non solo. Proprio Cuperlo ha lanciato l’idea di un ticket, che ha assunto  sembianze chiare: Enrico Letta candidato premier e Speranza segretario. Letta, dall’osservatorio privilegiato di Parigi, continua a tessere la sua tela di rapporti internazionali per accreditarsi come un interlocutore credibile in sede europea. La soluzione perfetta per evitare l’incertezza per un’eventuale caduta del Governo. E viene così avvalorato il ragionamento di Massimo D’Alema: “Se perde Renzi al referendum non ci sarà il diluvio”. Tutt’altro. C’è già la fila per sostituirlo.