Autostrade a peso d’oro: nel 2017 ricavi dai pedaggi per oltre 5,9 miliardi. Ma la cuccagna è arrivata al casello

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Potremmo parlare di un mistero al ministero, se volessimo giocare con le parole. Quel che è certo è che alle Infrastrutture manca una relazione che faccia il punto sulle concessionarie autostradali, sui loro ricavi e su quanto fatto (o non fatto) sulle tratte di competenza. A ricercare diligentemente sul sito istituzionale, infatti, l’ultima relazione disponibile prodotta dalla Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali riporta i dati 2016. Da allora il nulla totale. Probabilmente per ragioni tecniche e burocratiche più che politiche, considerando che il ministro Danilo Toninelli ha annunciato sin dal suo insediamento una guerra serrata contro i privilegi dei privati. Fatto sta che dal 2016 c’è un buco nero su cui oggi, almeno in parte, fa luce la relazione, presentata in Parlamento qualche giorno fa, dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti. Parliamo di un corposo report in cui l’Authority analizza tutti gli aspetti relativi a ogni tipologia di trasporto: aereo, navale e stradale.

IL REPORT. Ed è proprio sul fronte stradale che emergono dati piuttosto interessanti. Nella relazione, infatti, si fa il punto anche sui “ricavi netti da pedaggi”. Parliamo cioè dei soldi che, di fatto, vanno alle concessionarie autostradali. La cifra è a dir poco mostruosa: 5,9 miliardi di euro nel 2017 (ultimo anno disponibile), cui in realtà si aggiungono altri ricavi, cioè quelli “comprensivi dei proventi da concessione sulle aree di servizio” che non sono conteggiati in questa relazione ma che nel 2016 avevano permesso di aggiungere al piatto altri 468 milioni. Ma anche restando solo sui pedaggi il dato lascia senza parole, specie perché in continua espansione: dai dati riportati nel dossier, infatti, si evince come dal 2009 ad oggi i ricavi siano progressivamente aumentati. Si è passati dai 4,7 miliardi agli attuali 5,9 nel giro di 8 anni. Un aumento spaventoso, tanto più se si considera che a dividersi la torta, come specifica ancora il dossier, sono 24 concessionari. Si va da Autostrade per l’Italia (che da sola detiene ben 2.854,6 km di autostrada) a quelle più piccole. La stragrande maggioranza della nostra rete autostradale è in mano a società private: su un totale 6.943 km, solo 939 sono gestiti direttamente da Anas. Il resto è dato a società che godono di trattamenti di tutto onore. Basti pensare alla durata delle concessioni. Restando su Autostrade per l’Italia, per esempio, la società ha rinnovato il 29 maggio 2014 una convenzione con scadenza 31 dicembre 2038. A meno che non vada in porto il progetto dei pentastellati che prevede, appunto, la revoca della concessione per la società dei Benetton. E lo Stato? Fa da spettatore: secondo la relazione per canoni e corrispettivi nelle casse pubbliche entrano solo 862 milioni.

SIGNIFICATIVE INEFFICIENZE. A fronte di questi immani ricavi, come si sa, i concessionari sono tenuti a monitorare e intervenire sulle autostrade. Peccato che anche su questo aspetto l’Authority sottolinea come, specie sulle tratte autostradali “aventi un’estesa chilometrica inferiore a 180 km”, è stata rilevata “la presenza di significative inefficienze”. Un problema non di poco conto specie dopo la tragedia del Ponte Morandi di Genova. C’è, però, da dire che nella stessa relazione si riconosce come il decreto-legge Genova, approvato a settembre scorso, ponga un rimedio importante al business dei privati: grazie a quel provvedimento, infatti, l’Authority è chiamata a definire un sistema tariffario di pedaggio più equo e, soprattutto, uguale per tutti. Non un dettaglio considerando che finora hanno coesistito sei regimi tariffari preesistenti, che saranno “progressivamente sostituiti da un unico sistema tariffario”. Con “indubbi benefici per gli utenti”.

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di Gaetano Pedullà

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