Bambole gender fluid. Non anneghiamo nel mare dell’ideologia. Sacrosanto difendere i diritti di tutti. Ma con gli eccessi si fa il gioco dei Pillon

bambole gender fluid
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Senza andare a scomodare troppo Platone che discettava sull’alto valore dell’uomo che meglio avrà giocato da bambino, possiamo affermare con convinzione che i giochi non sono mai “innocenti” sotto il profilo semantico, ma costituiscono al contrario uno strumento potentissimo per veicolare significati a destinatari la cui identità è in pieno processo formativo ed è per questo estremamente ricettiva ed orientabile.

Inoltre il gioco è specchio della cultura di cui è prodotto e racconta per questo le credenze, le ambizioni, i sogni, la grandezza ed anche i limiti del suo tempo. Così le “bambole gender fluid”, che da qualche tempo possiamo trovare in commercio, raccontano come sia possibile passare in un istante dall’essere maschio all’essere femmina (e viceversa!) per il semplice fatto che ci si senta in un modo piuttosto che nell’altro.

DERIVA CULTURALE. Una trasposizione ludica del concetto di “identità di genere” (il modo in cui si percepisce la propria sessualità che può essere in contrasto con l’identità sessuale, ovvero l’anatomia che caratterizzandoci ci rende maschi o femmine) e pilastro del tanto divisivo ddl Zan.

Senza entrare nel merito del disegno di legge – lo ritengo necessario ma non urgente, quanto buono ma da correggere – la cosa che maggiormente mi preoccupa è la deriva culturale che sta assumendo una certa Sinistra che dichiara di voler agire proprio in nome della massima espressione della libertà individuale e che invece cade in una miopia ideologica.

La mia paura più grande, avendo estremamente a cuore i diritti civici senza per questo dimenticare quelli sociali, è che si stia agendo senza quella moderazione necessaria alla sensibilizzazione su alcuni temi tanto delicati ma – piuttosto – si stia forzando la sostituzione di un paradigma culturale con l’altro, pensando che così la questione sia risolta.

UN APPROCCIO SBAGLIATO. Le “bambole gender fluid” sono a mio avviso figlie di questo approccio errato che volendo celebrare la piena libertà di essere ciò che si vuole rimuoverebbe d’un colpo il principio di realtà che invece ambirebbe, ma solo nelle intenzioni, a consegnare ai bambini attraverso l’attività ludica. Con questo nessuno pensa che i giochi delle femminucce debbano essere rosa mentre quelli dei maschietti azzurri, o che giocare ad alcuni mestieri sia solo appannaggio di un sesso e non dell’altro. Di qualche giorno fa il post – direttamente uscito dal Medioevo – in cui il leghista Pillon ha affermato che ci sarebbero facoltà universitarie da donna e da uomo, perché la prima più incline all’accudimento e il secondo alla scienza. Al contrario, tornando ai nostri cari giocattoli, è tanto giusto vedere Ken con asse e ferro da stiro che si occupa della casa quanto Barbie al microscopio che lavora nel suo laboratorio.

Il mercato, se sappiamo combinare al potere d’acquisto la capacità di scegliere senza essere assoggettati alle mode del momento, ci offre già da tempo la possibilità di veicolare messaggi importanti come quello della parità di accesso alle professioni indipendentemente dal genere di appartenenza.

Giocando con la fantasia e immaginando di poter recapitare oltreoceano un messaggio alla Mattel usando le nostre beghe italiane, suggerirei di produrre quella che si candiderebbe ad essere la “Barbie ideale” tanto distante da Zan quanto da Pillon e da tutto ciò che lascia annegare le idee, anche quando buone, nelle dannose acque dell’ideologia.