Bankitalia scuce tre miliardi. Festeggiano Unicredit & C. Gli azionisti di Palazzo Kock devono diluirsi. Chi supera il 3% avrà ricomprate le quote

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Il Natale è alle porte. E per le grandi banche italiane già si prospetta un bel regalo. Tutta colpa o merito, dipende dai punti di vista, di una clausola inserita nel tanto discusso decreto Imu-Bankitalia (legge n. 5 del 2014). Quando il prossimo 31 dicembre scadranno i termini entro i quali la concentrazione di quote per ogni socio di Via Nazionale non dovrà superare il 3%, qualora i singoli istituti non riuscissero a piazzare l’eccedente sul mercato, Mamma Banca d’Italia potrà intervenire. E, quindi, ricomprarsi le quote stesse, elargendo un bel capitale fresco ai propri azionisti. Per i cinque soggetti che sforano la fatidica soglia del 3% si tratta di oltre 3 miliardi. Non proprio bruscolini da buttare via.  A beneficiare del tesoretto sarebbero in primis Intesa San Paolo, che al momento detiene il 24,1% di quote, e Unicredit col 17,7%. A seguire Cassa di Risparmio di Bologna, proprietaria del 6,2%, Generali Italia (5,2%) e Banca Carige (4%).  A meno che, entro fine anno, non riusciranno nell’impresa di piazzare le loro quote sul mercato. Difficile credere ai miracoli soprattutto alla luce del fatto che nei 34 mesi addietro il magro bottino di quote vendute dalle banche è stato pari solo a circa un miliardo. Tutto è iniziato alla fine del 2013 quando il Governo per fare cassa con la tassazione delle plusvalenze, decise l’aumento di capitale di Bankitalia (una rivalutazione delle 300mila azioni da mille lire a 25 mila euro) e stabilì in 36 mesi il termine entro il quale superare le concentrazioni azionarie al di sopra del 3%. La clausola di salvaguardia prevista poi nel decreto Imu-Bankitalia ha fatto il resto, prevedendo la possibilità per via Nazionale di acquistare parte delle quote che i soggetti non fossero riusciti a collocare sul mercato. Lo stesso Istituto parlò di un “eccesso di cautela” da parte del legislatore perché considerava “bassa la possibilità di ricorrere a questo meccanismo”. I fatti gli hanno dato torto: alla fine dei giochi tali azioni non si sono rivelate affatto così redditizie e di prestigio come si sperava. “Spiace dover dire ora che l’avevamo previsto. Sta succedendo esattamente quanto avevo immaginato potesse verificarsi”, ha detto a La Notizia, il senatore del gruppo Misto, Giuseppe Vacciano, che da giorni sta sollevando il problema. “A breve depositerò un’interrogazione. Mi piacerebbe chiedere al Governo e a Visco in che tempi si pensa di poter normalizzare questa situazione paradossale. Se non ci sono riusciti in tre anni – ha aggiunto – sembra improbabile possano farlo in una manciata di settimane”. Senza contare, inoltre, un altro fattore non da poco in gioco: che interesse possono avere le banche a impegnarsi nella ricerca di eventuali acquirenti in tutta fretta sapendo che ad attenderle potrebbe esserci il paracadute di Palazzo Koch? D’altronde si sa, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzeccca. Comunque vada, il problema c’è ed è bello grosso: rispettare la legge 5 del 2014. “Ma pure evitare – ha concluso Vacciano – di depauperare il patrimonio di Bankitalia, con conseguente danno d’immagine nazionale”.

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