Magistrati a caccia di scoop: ora basta processi mediatici. Pure la Cassazione condanna il metodo Woodcock

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La solita liturgia. Per carità, non è che dalla tradizionale inaugurazione dell’anno giudiziario ci si potesse aspettare chissà che cosa. Del resto sono decenni che i mali della giustizia sono noti, anche se qualcosa è timidamente migliorato. Quante volte abbiamo sentito censurare dal presidente di turno della Corte di Cassazione la lunghezza di inchieste e processi? Tante, a questo punto troppe volte. Con tutto il corollario di conseguenze negative per il sistema Paese: dai cittadini, che devono letteralmente scommettere sul riconoscimento dei loro diritti, alle imprese, soprattutto quelle estere, che vengono frenate  nelle loro intenzioni di investimento nello stivale. “Repetita iuvant”, dicevano in senso positivo gli antichi romani. Il fatto è che ripetere giova se prima o poi qualcosa effettivamente cambia in meglio. Cosa che, in un’Italia ancora costretta ad accontentarsi di una crescita al di sotto dell’1%, mentre tutte le medie europee vanno oltre, invece stenta ancora ad accadere. Così è anche comprensibile che per un Presidente della Corte di Cassazione sia complicato trovare e proporre nuovi spunti di riflessione.

La stessa difficoltà che può trovare un Governatore della Banca d’Italia nel rendere un po’ innovative le sue Considerazioni finali o i vertici delle banche italiane e del ministero dell’economia nel rendere più seducente l’annuale Giornata mondiale del risparmio. Inutile girarci troppo intorno. Il vero minimo comun denominatore dei tre eventi è quello di essersi ormai tramutati in riti stanchi, logori, dove tutti più o meno sanno quali saranno i contenuti offerti al pubblico. Tanto qualunque ovvietà si dica il titolo sui giornali è assicurato e pazienza se i giornali li leggono appena gli addetti ai lavori.

Sempre in scia – Di conseguenza non era certo facile per l’attuale numero uno della Suprema corte, Giovanni Canzio, sottrarsi a questa sorta di “mos maiorum”, tanto per utilizzare un’altra citazione latina. Eppure è bastata una piccola frase, ieri, per trovare nella parole del magistrato uno spunto di riflessione di non poco conto. Canzio, in un passaggio, ha stigmatizzato le indagini “troppo lunghe” e le “distorsioni del processo mediatico” favorite anche dalla “spiccata autoreferenzialità” di alcuni magistrati. Ora, a molti non poteva non venire in mente un riferimento molto vicino nel tempo dietro alle espressioni “distorsioni del processo mediatico” e “spiccata autoreferenzialità”. Per carità, la storia d’Italia è piena di episodi di magistrati che, per mettersi in evidenza”, hanno impostato inchieste un po’ troppo garibaldine, sfruttando il pronto appoggio di certa stampa amica.

Facile collegamento – Così c’è chi non ha resistito nel pensare alla recente inchiesta condotta dal pubblico ministero di Napoli Henry John Woodcock, insieme ad altri colleghi, sugli appalti della Consip. Un’inchiesta che ha portato a dicembre all’iscrizione sul registro degli indagati del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette, per giunta a qualche settimana dalla scadenza del suo mandato (il Governo Gentiloni lo ha subito dopo confermato, quasi a voler far vedere che l’Esecutivo non si fa influenzare da un avviso di garanzia). La stessa inchiesta che ha portato i pm a indagare anche il ministro dello Sport, Luca Lotti, uno dei renziani di ferro confermati nella nuova compagine di governo guidata da Paolo Gentiloni.

L’accusa – A entrambi sarebbe stata imputata una rivelazione del segreto d’ufficio, perché avrebbero comunicato ai vertici della Consip, la società di Stato che gestisce gli appalti di beni e servizi per le pubbliche amministrazioni, l’esistenza di indagini a carica di Alfredo Romeo, imprenditore interessato ad aggiudicarsi alcuni lotti di un maxiappalto da 2,7 miliardi di euro per il cosiddetti facility management degli edifici pubblici. In questo contesto su alcuni organi di stampa è stato addirittura citato il verbale dell’interrogatorio di Lotti, il quale si è difeso dicendo che a metterlo in mezzo, dicendo una bugia, sarebbe stato Filippo Vannoni, manager un tempo vicino al giglio magico. Del resto, ragionando in termini di magistrati protagonisti, esattamente come ha fatto Canzio nel suo intervento, il link con Woodcock è anche suggerito da altre famose inchieste del magistrato come quella di Vallettopoli. Anche questa, come altre, sempre molto visibili sugli organi di stampa.

L’epilogo – Insomma, quello preso di mira da Canzio, anche se in un breve passaggio, sembra proprio un modus operandi che in Italia va di moda ormai da molto tempo. E forse è davvero arrivato il momento di ragionare anche su questo in termini di problema di una giustizia che, come anche altri settori, deve evolversi per provare a contribuire alla sviluppo di un Paese fermo da troppo tempo.