Berlusconi e Salvini divisi su tutto. Ma uniti sul flop lombardo. Il fallimento del Pirellone sul Covid porta la firma di Lega e Forza Italia

di Laura Tecce
Politica

Simul stabunt simul cadent. Divisi su tutto ma accomunati da una triste pagina che sarà difficile da dimenticare: il disastro della gestione lombarda dell’emergenza coronavirus. Il leader della Lega Matteo Salvini e quello di Forza Italia Silvio Berlusconi, in questi giorni particolarmente attivo nei distinguo dall’alleato praticamente su qualsiasi argomento, dal Mes alla possibilità di una collaborazione col Governo Conte, su questo tema non può attaccare il Capitano. Non si tratta di gettare la croce su questo o quel partito – anche Luca Zaia, a cui unanimemente viene riconosciuto il fatto di aver fatto un ottimo lavoro per il contenimento della pandemia, è un governatore leghista – si tratta di ammettere che il presidente della Lombardia in quota Carroccio Attilio Fontana e il suo assessore al Welfare, il forzista Giulio Gallera (nella foto), non sono stati all’altezza della situazione.

Tanto più che il modello lombardo è stato sbandierato a piè sospinto in tutte le campagne elettorali salviniane come un modello di eccellenza. Anche nella sanità, che è bene ricordare costituisce circa il 75% di tutto il bilancio regionale. Non sono stati Fontana e Gallera a spalancare le porte ai privati, ufficialmente per cooperare alla pari con le strutture pubbliche, nei fatti per essere foraggiato dal pubblico (il modello “Formigoni”) e neppure sono stati loro gli artefici di una riforma strutturale del sistema sanitario regionale che ha smantellato le Asl e il ruolo dei medici di famiglia (cioè la medicina di prossimità) a favore della centralità degli ospedali. Con la riforma della sanità varata da Regione Lombardia nel 2015, in epoca Maroni, le Asl sono sparite, divenendo Ats (Agenzie di tutela della salute), si sono cioè trasformate in agenzie di mero controllo burocratico e amministrativo sull’attività degli ospedali.

Il loro ruolo è stato trasferito ai nosocomi (divenuti contemporaneamente Asst, Aziende socio sanitarie territoriali), senza che però fossero passati loro tutti quei compiti operativi originariamente in capo alle Asl. Per non parlare dei rapporti fra le Ats e le Residenze sanitarie assistenziali, le tristemente note case di riposo dove si sono registrati centinaia di decessi, dopo che accanto a pazienti già gravemente segnati da patologie pregresse sono stati affiancati pazienti positivi al virus, con l’effetto di aver fatto esplodere il contagio tra gli anziani e il personale. Tutto ciò ha determinato a contribuire a quel cortocircuito che nella Regione più ricca d’Italia è costata tante vite tra sanitari e pazienti. E in ogni caso né Fontana e né Gallera hanno pensato di mettere mano alla situazione creata dai loro predecessori – anche in questo caso un esponente di FI (Formigoni) ed un leghista (Maroni) che già in precedenza aveva dimostrato tutta la sua fragilità.

Ma del senno di poi sono pieni i fossi. Tornando all’oggi è evidente che ci sono delle responsabilità anche a livello decisionale attuale, qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare visto che anche in questa fase 2 il “sorvegliato speciale” continua ad essere la Lombardia, con i suoi contagi e i suoi morti che non accennano a essere paragonabili purtroppo con quelli delle altre regioni italiane. I dati sono inequivocabili, non c’è propaganda che tenga: sprechi di denaro, nessuna assistenza territoriale, giornate di attesa al telefono, settimane per avere un tampone o un sierologico a meno di pagare, personale sanitario non adeguatamente protetto, aree non prontamente isolate (come Alzano e Nembro nella bergamasca), ospedali diventati diffusori del contagio, gaffes, passi falsi, inchieste della magistratura. Tutta una sequela di errori e una catena di responsabilità che in questo caso unisce FI e Lega. Divisi a Roma ma non nella loro Lombardia.