Bernabè alla presidenza dell’Ilva. Siamo al ritorno dei soliti noti. E il ministero della Transizione ecologica non tocca palla

Ilva Bernabè
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Siamo al ritorno dei soliti noti, manager buoni per tutte le stagioni e passati da ogni avventura industriale di questo Paese. Volti come quello di Franco Bernabè (nella foto), già ai vertici dell’Eni e di Telecom Italia, che si appresta a diventare presidente dell’ex Ilva.

Un ritorno in sella a un’azienda a partecipazione pubblica, com’era quando si chiamava Italsider e come sarà di nuovo quando il ministero dell’Economia e delle Finanze sbloccherà i 400 milioni che serviranno a Invitalia per sottoscrivere l’aumento di capitale di Am InvestCo – la società di ArcelorMittal che gestisce gli impianti siderurgici.

Un esborso ormai in arrivo, anche se il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti non ha ancora riferito alcuna data certa. Appena lo Stato scucirà questo nuovo pacco di milioni, che si aggiunge alle perdite multimiliardarie accumulate dagli anni del sogno (o dell’incubo) della siderurgia pesante al Sud, sino alla consegna degli impianti ai Riva, le montagne di ore di cassaintegrazione e gli incalcolabili danni ambientali, entreranno in azienda tre consiglieri di amministrazione in rappresentanza dello Stato, che comunque non deciderà quasi niente perché l’amministratore delegato resterà di fiducia della franco-indiana ArcelorMittal.

Per le altre due designazioni, i nomi in partita per il cda dell’ex Ilva sono altrettanto noti agli addetti ai lavori, e si tratta di Stefano Cao, dal 2015 amministratore delegato di Saipem, da dove è uscito solo la settimana scorsa, e di Ernesto Somma, professore di Economia industriale dell’Università degli Studi di Bari, ex capo di gabinetto di Carlo Calenda al Mise e ora responsabile incentivi di Invitalia.

Tutte nomine su cui il nuovo ministero della Transizione ecologica non ha toccato palla, facendo sorgere ancora una volta la domanda su che cosa ci stia a fare se non riesce a incidere neppure sui manager che gestiranno con i soldi pubblici il più grosso gruppo delle acciaierie nazionali, a partire da quella bomba ambientale che è lo stabilimento ex Ilva di Taranto (leggi l’articolo).

Un colosso sul quale lo Stato non si limiterà a mettere i prossimi 400 milioni con Invitalia, ma per arrivare al 60% previsto dagli accordi con ArcelorMittal dovrà sganciarne altri 680. Il tutto mentre sull’impianto dell’Ilva di Taranto pende la decisione del Consiglio di Stato attesa per il 13 maggio prossimo sul sequestro dell’area a caldo, e di fatto una sorta di blocco dello stabilimento dopo una serie di incidenti e i dati sempre altissimi sull’inquinamento.

 

 

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