Bocciato il salva Castelli

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di Clemente Pistilli

Salva-Castelli nel cestino. Il Senato non poteva salvare l’ex guardasigilli dai giudici. Tutto annullato ora dalla Corte costituzionale, con il risultato che l’ex ministro della giustizia dovrà essere processato e rispondere delle accuse di ingiuria e diffamazione del suo predecessore Oliviero Diliberto.

Il caso
Tutto ha avuto inizio nel 2004. Precisamente il 21 marzo. Nel corso della trasmissione televisiva di approfondimento TeleCamere, mandata in onda su Rai3 e condotta da Anna La Rosa, il dibattito tra il leghista Roberto Castelli e il comunista Oliviero Diliberto era degenerato. Non c’era feeling tra i due. E l’allora guardasigilli del Governo Berlusconi non è certo noto per la diplomazia. Quando il presidente dei Comunisti italiani lo aveva attaccato per aver partecipato a una manifestazione di piazza, insieme ai Giovani padani, al grido di “Chi non salta italiano è”, il ministro della giustizia era andato giù duro. “Piuttosto che mandare in giro a sprangare come fai tu, preferisco saltare”, aveva tuonato Castelli. E poi l’affondo su iniziative prese da Diliberto quando sedeva lui in via Arenula: “Mai andato a ricevere con tutti gli onori terroriste fatte scarcerare negli Usa”. Un riferimento chiaro a Silvia Baraldini. Il presidente dei Comunisti italiani non c’è stato a chiudere lì l’alterco e ha denunciato Castelli sia in sede civile, chiedendo un risarcimento di 5 milioni di euro, che in sede penale, portando la Procura della Repubblica di Roma ad aprire un’inchiesta e avviando quello che si rivelerà un tormentato iter giudiziario.

Quanti aiuti
Il caso, all’apparenza banale, si è rivelato subito spinoso. Tanti i cavilli legali e altrettante le schermaglie tra il Parlamento e la magistratura. Agli inquirenti era venuto il dubbio che, essendo Castelli ministro, dovesse essere giudicato dal Tribunale dei ministri, ma quest’ultimo si era subito definito non competente, considerando l’accaduto affatto legato all’attività svolta dall’esponente della Lega come guardasigilli. A quel punto, però, era subentrato Palazzo Madama. Essendo Castelli un senatore, i colleghi avevano ritenuto le espressioni nei confronti di Diliberto insindacabili, in quanto fatte da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni. Il giudice per le indagini preliminari di Roma non era convinto da quella decisione e chiamò in causa la Corte Costituzionale, che bocciò l’operato dei senatori. Castelli è stato così rinviato a giudizio, ma non è finita. L’ex guardasigilli, nel 2008, ha scritto una lettera a Palazzo Madama, chiedendo che gli venisse concessa la tutela prevista per i ministri accusati di un reato nell’esercizio delle loro funzioni. Il Senato era presieduto all’epoca da Renato Schifani e non venne tenuto in conto il precedente pronunciamento del Tribunale per i ministri. A Castelli venne lanciato il salvagente: opinioni espresse per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio delle funzioni di Governo. Non servì altro, nel 2009, al Tribunale di Roma per prosciogliere l’ex guardasigilli. E le opposizioni, a partire dal Pd, urlarono al salva-Castelli, a uno scudo concesso pure ai ministri. “Sono i magistrati che hanno violato le regole, non io”, disse l’esponente della Lega. “Castelli ha paura di venire processato, ma io andrò avanti lo stesso”, replicò Diliberto.

Lo schiaffo
A non mollare è stato poi il procuratore generale, facendo un ricorso in Cassazione contro la sentenza di primo grado e portando la Suprema Corte a bussare nuovamente alla Consulta. Ora lo schiaffo dei giudici costituzionali all’assemblea di Palazzo madama. Per la Corte Costituzionale, non essendo stato contestato a Castelli un reato ministeriale, il Senato non era competente a decidere sull’immunità. Trascorsi dieci anni dai fatti, l’ex guardasigilli dovrà subire un processo.

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