Panico sui mercati. La crisi cinese trascina i listini asiatici sul precipizio. Piazza Affari tra le peggiori in Europa perde il 5,96%

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Le Borse rivedono il panico della grande crisi delle banche americane del 2008 o degli spread alle stelle del 2011. La frenata dell’economia cinese, insieme alle incertezze sulla reazione della Banca centrale Usa alla svalutazione della moneta di Pechino, si sono trasformate in un incubo sui mercati di tutto il mondo. L’avviso in Europa era arrivato all’alba, con i dati delle Borse asiatiche. Cadute rovinose, come quella di Shanghai con un inquietante -8,49% e Tokyo (-4,61%), che hanno subito messo sotto pressione le piazze finanziarie. Il proseguire della giornata è stato però un crescendo di paura e sfiducia, fino all’apertura di Wall Street quando le vendite hanno costretto molti titoli a bloccare le contrattazioni. Parigi e Milano hanno visto gli indici principali scendere oltre il 7%, mentre Atene ha superato i 10 punti di flessione. Poi in chiusura si è in piccola parte risaliti, con il riposizionamento di chi oggi si aspetta un rimbalzo delle quotazioni.

INCOGNITA FED
La grande crisi innescata dal Dragone adesso però è ufficialmente una crisi mondiale. Una crisi dagli esiti incerti e con un conto altissimo arrivato pure in Europa. Solo ieri le Borse del nostro continente hanno bruciato oltre 400 miliardi capitalizzazione. Ma è l’incertezza sul valore delle monete che rischia di costare ancora di più. Il probabile rinvio della Federal Reserve della rivalutazione del dollaro dopo cinque anni di quantitative easing (immissione di liquidità) ha già fatto schizzare il valore dell’euro, sfavorendo le nostre imprese manifatturiere che esportano. Adesso però tutti i riflettori sono sui mercati, che hanno visto comunque la peggiore seduta dal 2008. A fine giornata Piazza Affari ha chiuso a -5,96%, Londra a -4,67%, Francoforte a -4,7% e Parigi a -5,35%.
Nel mirino c’è ovviamente la Banca centrale cinese e il Governo di Pechino, accusati di non aver saputo dare fiducia al loro nmercato. E in effetti di paura ce n’è tanta non solo in Asia. Da quando si è iniziato a svalutare lo yuan si sono persi più di 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione azionaria in giro per il mondo. Sulla carta però la frenata del Pil cinese è meno secca di quanto non si faccia credere. Sempre che i dati ufficiali di Pechino siano realistici, la Cina crescerà quest’anno del 7%, con un forte contributo dai consumi interni grazie all’aumento degli stipendi di oltre il 10%.

CRISI DI FIDUCIA
Il grande problema è dunque quello della fiducia. Fiducia che manca sui dati economici forniti dal governo cinese e su cosa accadrà negli Stati Uniti. La Federal Reserve anche ieri non ha fatto nulla per calmare i mercati, pur sapendo che la bolla monetaria è nata proprio negli Usa. Così come nessun segnale è arrivato dal Fondo monetario internazionale, altra istituzione che ha contribuito a mettere in difficoltà Pechino impedendo l’ingresso dello yuan nel cosidetto paniere delle valute di riserva.