Se Giorgia Meloni pensava di poter ricattare l’Europa, per uscire dal cul de sac in cui è finita assieme al suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sbagliava. La deroga al Patto di stabilità prevista per la difesa va estesa anche alle spese per la crisi energetica o l’attivazione del programma europeo Safe – quasi 15 miliardi di prestiti per le spese militari da parte dell’Italia – è a rischio, ha scritto la premier domenica in un’inedita lettera indirizzata alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Il programma Safe per la Commissione è un passaggio cruciale nella costruzione dell’autonomia strategica di difesa dell’Ue. Ma questa considerazione non è sufficiente a far cambiare idea a Bruxelles.
Bruxelles non cede ai ricatti di Meloni. Nessuna deroga al Patto per il caro-energia
Alla richiesta dell’Italia – prevedere un National Escape Clause ad hoc per l’energia – la Commissione ha sempre risposto con un netto rifiuto. La risposta di von der Leyen ancora non è ovviamente partita ma un portavoce ha ribadito il concetto. In risposta alla crisi energetica, la Commissione europea è focalizzata sull’utilizzo delle risorse già disponibili, ha dichiarato il portavoce per l’Economia, Balazs Ujvari.
“L’attenzione in questa fase è rivolta al pieno utilizzo delle ingenti risorse Ue già disponibili, come ha ricordato la Presidente stessa dopo il Consiglio europeo informale a Cipro: sono già stati messi a disposizione circa 300 miliardi di euro per investimenti energetici attraverso strumenti come NextGenerationEU, la politica di coesione e anche il Fondo per la modernizzazione, con circa 95 miliardi ancora da utilizzare”, ha ricordato il portavoce, sottolineando inoltre che la Commissione ha “recentemente reso più flessibile anche il quadro degli aiuti di Stato”. Giorgetti non si arrende: “Si è in una fase di discussione e il dialogo continua”, riferiscono fonti del Mef a margine dei lavori del G7 delle Finanze.
Tensioni in maggioranza
La lettera di Meloni entra nel merito anche delle tensioni emerse in questi giorni nel governo sull’attivazione dei contratti per la difesa previsti dal programma Safe. Pochi giorni fa il ministro della Difesa Guido Crosetto spiegava di aver scritto ben due volte a Giorgetti per capire come muoversi, essendo necessario il via libera del Mef che, però, frena. Non è un caso che il vicepremier leghista Matteo Salvini minaccia che, in caso di risposta negativa da parte dell’Europa, “noi li spenderemo lo stesso quei soldi”. “Cosa facciamo, blocchiamo l’Italia perché ci sono vincoli europei che in questo momento con guerre in corso sono assolutamente da rivedere?”, chiede Salvini.
Omissioni
Omette però Salvini di dire che sono stati il suo ministro Giorgetti e Meloni a firmare quel Patto di stabilità tra le proteste di chi, come il M5S, sosteneva fosse un Patto capestro che ci strozzava. Non solo. Il governo ha firmato tutto ciò che Bruxelles e la Nato gli mettevano davanti in questi anni: oltre al nuovo Patto, anche il piano ReArm Europe di Ursula e l’impegno ad aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil entro il 2035 come alla Nato ha imposto l’amico di un tempo Donald Trump. E solo adesso Meloni scopre e si indigna per il fatto che l’Europa “matrigna” batta cassa per le armi ma non sia pronta a scucire un euro per le bollette.
Non c’è un euro in cassa
La verità è che la proroga del taglio alle accise scade il 22 maggio. L’Italia, non essendo uscita dalla procedura di infrazione e con una crescita dello zero virgola, ha margini fiscali vicini allo zero. Senza la sponda dell’Ue per Meloni l’ultima manovra prima delle elezioni rischia di trasformarsi in un’ennesima manovra lacrime e sangue. Ma il braccio di ferro con l’Europa non è destinato a vedere Roma vincente, vista anche la posizione contraria dei frugali, Germania in primis, ad allentare le regole sul Patto. Così come sempre i frugali sono contrari alla proposta di chi, come la Francia e la Grecia, chiedono di fare nuovo debito comune per affrontare gli effetti della crisi energetica.
Per il vicepresidente M5S, Stefano Patuanelli, la lettera di Meloni “non rappresenta un cambio di politica economica. È soltanto il tentativo tardivo e ipocrita di salvare gli impegni presi sulla spesa militare, chiedendo di aggiungere ‘una spolverata’ di aiuti energetici per rendere il tutto più digeribile. Tradotto: non si mettono in discussione le priorità sbagliate, si cerca solo un incastro contabile per farle apparire meno insopportabili”.