Cameron inchioda l’Europa. Se non cambia Londra è pronta a lasciare. Bruxelles tratta per scongiurare l’ipotesi Brexit. Il nodo più difficile resta quello dei migranti

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Chi sognava un’Europa diversa con l’arrivo di Jean-Claude Juncker ormai più di un anno fa, ha avuto già da tempo il ben servito e la certezza che, in realtà, nulla è cambiato. Solo gli inglesi stanno dimostrando di non avere memoria corta. Per ora, a parte annunci vari in giro per l’Eurozona, solo la battaglia di David Cameron pare essere concreta. Tanto concreta quanto purtoppo isolata. E il presidente della Commissione Ue, d’altronde, lo sa. Non a caso solo pochi giorni fa è tornato sulla questione, “pregando” l’Inghilterra di tornare indietro, di ripensare sull’ormai famosa “brexit”. E astretto giro Cameron ha risposto. E lo ha fatto, se così si vuole dire, lanciando quattro obiettivi e un incoraggiamento diretti al presidente Ue Donald Tusk. Una sorta di desiderata che il premier inglese chiede affinché si possa dare l’avvio al “negoziato”. Il fine della lettera dunque è chiaro. O l’Europa accetta le condizioni oppure, presumibilmente già a giugno, gli inglesi andranno al voto per decidere sulla brexit, con un Governo che, a quel punto, caldeggerà l’ipotesi fuoriuscita. Tertium non datur. Insomma, in base alle risposte che arriveranno da Bruxelles, Downing Street deciderà se sollecitare il si o il no all’adesione.

TERTIUM NON DATUR
Londra chiede 4 condizioni chiare: l’opt-out, cioè la possibilità di chiamarsi fuori dalle clausole dei Trattati, di modo da avere maggiore spazio di manovra; maggiori tutele per i Paesi che non partecipano all’Eurozona con il formale riconoscimento che il mercato unico è “multicurrency”, di modo che la sterlina possa godere di condizioni analoghe a quelle dell’euro; più “sussidiarietà”, che dai tempi di Maastricht resta la parola magica inglese, attribuendo maggiore spazio e ruolo ai parlamenti nazionali. Infine, la questione, annosa, dell’accesso al welfare da parte degli immigrati intracomunitari. Londra – ha ribadito il premier considerando la richiesta “non negoziabile” – sollecita una sospensione di quattro anni prima del pieno accesso ai benefici e sussidi dello stato sociale per un cittadino non inglese.

ESORTAZIONI E PAURE
Infine, come detto, l’esortazione. La lettera a Tusk, infatti, si completa con l’esortazione a rendere la Ue più competitiva e meno burocratica. Ma il punto certo è uno soltanto: con la formalizzazione delle domande britanniche il processo che rischia di portare alla brexit è ormai incardinato. Sarà il piatto forte del summit di Bruxelles a metà dicembre: dall’esito del negoziato dipenderà l’andamento del referendum destinato a tenersi, probabilmente, fra giugno e dicembre 2016, in un Paese che resta spaccato fra favorevoli e contrari come mai prima d’ora. E con gli Euroscettici che continuano a conquistare fette di elettorato. Lo sanno bene i “grandi” d’Europa, tanto che anche Angela Merkel si è prontamente detta “del tutto fiduciosa” a un accordo. Inevitabile se si vuole evitare la brexit.