Camici dalla ditta di Lady Fontana. Il conflitto d’interessi era cosa nota. La moglie del governatore ha organizzato l’affare. E avrebbe passato al fratello i suoi contatti al Pirellone

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Che la verità sull’affaire camici fosse contenuta nei cellulari sequestrati dai pm erano in molti a pensarlo. Pochi, però, avrebbero pensato che proprio dallo smartphone di Roberta Dini, moglie del presidente Attilio Fontana, sarebbero emerse nuove e imbarazzanti rivelazioni. Già perché nel dispositivo della donna, la quale non risulta indagata, sembra esserci la chiave della vicenda che risiederebbe in una serie di messaggi scambiati con il fratello Andrea Dini, patron della Dama spa. “Prova a chiamare l’assessore (Cattaneo di Varese amico di Orrigoni) (…) sembra che siano molto interessati ai camici (…) questo mi dice l’assessore al Bilancio Caparini”, questo il testo del messaggio inviato il 27 marzo scorso dalla moglie del governatore della Regione Lombardia al fratello Andrea.

Un sms, contenuto negli atti dell’inchiesta milanese, che sembra descrivere l’inizio della vicenda che ha portato alla fornitura di camici e di altri dispositivi di protezione per mezzo milione di euro assegnata – il 16 aprile – all’azienda della famiglia Dini, di cui la moglie del presidente lombardo detiene il 10 percento, dalla centrale acquisti regionale Aria. Acquisto poi trasformato in donazione parziale quando l’indagine di Report ha messo in evidenza il presunto conflitto di interessi. Ma se prima questa era solo un’ipotesi giornalistica, tra l’altro smentita dalle persone coinvolte, ora diventa una solida certezza dopo che i magistrati hanno messo nero su bianco che “Roberta Dini era ben a conoscenza delle dinamiche interne alla presente vicenda oggetto di indagine, non solo in ragione della sua posizione derivante dai legami di parentela, ma per la funzione consultiva e di raccordo di cui si è detto”.

RUOLO ATTIVO. Secondo i magistrati della Procura di Milano, è proprio la moglie di Fontana che ha messo a disposizione del fratello-socio, indagato assieme al presidente della Lombardia, la sua rete di contatti. Sempre lei, a parere dei pm, è quella che lo informa del bonifico da 250mila euro disposto dal governatore leghista, in quello che appare una sorta di risarcimento, quando la fornitura di Dama spa è stata trasformata in donazione. Insomma un ruolo a dir poco attivo nell’intera vicenda per il quale i magistrati si stanno chiedendo come Fontana potesse non sapere nulla di quello che appare come un evidente conflitto d’interesse. Un dubbio che emerge con chiarezza dal fatto che per i pm ci sarebbe stato “un diffuso interessamento di Fontana in ordine alla vicenda” con “volontà di evitare di lasciare traccia del suo coinvolgimento mediante messaggi scritti”.

A riprova di questo ruolo svolto dal governatore c’è un sms del 6 aprile scritto dal cognato a un imprenditore tessile che avrebbe dovuto fornire il tessuto con cui confezionare i camici alla Dama spa. Il proprietario dell’azienda ha appena scritto che non dispone più del tessuto richiesto e per questo Dini gli scrive: “Non capisco. È stato Cattaneo (Raffaele, assessore regionale all’Ambiente non indagato nella vicenda) e mio cognato il governatore Fontana a dirmi di contattarLa. Dirò che si sono sbagliati”. A creare imbarazzi c’è anche la telefonata tra Andrea e la sorella Roberta in merito al bonifico da 250mila euro che Fontana ha fatto a parziale risarcimento per la fornitura di camici trasformata in donazione. Qui la donna afferma: “Mi chiama Attilio per chiedermi numero fattura perché ti ha fatto bonifico ma manca il numero”. L’uomo risponde: “Non va bene un bonifico tra privati. Digli di non farlo. Fa più danni”.