Cancellieri di nuovo in bilico. Il Pd le chiede di lasciare e lei si aggrappa a Re Giorgio

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di Vittorio Pezzuto

«Non ho mentito, né ai magistrati né al Parlamento». È un grido che tradisce il senso dell’impotenza e della precarietà ritrovata quello che il Guardasigilli Annamaria Cancellieri ha deciso ieri di diffondere in una lettera aperta. Un gesto (forse tardivo) resosi necessario dopo che sulla stampa era trapelata la circostanza che era stata lei a telefonare ad Antonino Ligresti e non il contrario, come dichiarato recentemente alle Camere. «I tabulati smentiscono la ricostruzione del Guardasigilli» scriveva ieri la Repubblica, che si soffermava in modo particolare sulla telefonata intercorsa tra la Cancellieri e Antonino Ligresti il 19 agosto, tre giorni prima che i magistrati torinesi volassero a Roma per ascoltare il ministro nell’ambito dell’inchiesta Fonsai. Fu lei a chiamare lo zio di Giulia Ligresti, in carcere a Vercelli dove in poche settimane ha perso sei chili, e non il contrario. Il quotidiano parla anche delle telefonate, sei in tutto, tra il marito del ministro e Antonino Ligresti «nei giorni decisivi per la scarcerazione. O il marito Peluso e la  moglie Cancellieri hanno evitato di parlarsi per tutto quel periodo – è la conclusione de la Repubblica – o è assai improbabile che il ministro abbia appreso dell’emergenza Giulia solo il 19 agosto». Una versione dei fatti che la Cancellieri ha provato a smentire. «Non c’è stata – ha spiegato nella lettera aperta – nessuna interferenza rispetto alla vicenda processuale dei Ligresti da parte mia, credo di averlo spiegato in modo chiaro e ripetuto. Ora si ipotizza che l’avrebbe fatto mio marito soltanto perché si trova in tabulato la traccia di alcune conversazioni. Rifiuto qualunque sospetto sulla correttezza del mio operato e sul rispetto delle regole come cittadina e come ministro». E più avanti: «Sono di nuovo riportate in modo insistente notizie sul mio comportamento in relazione alle vicende collegate all’arresto di Salvatore Ligresti e dei suoi figli. Si sostiene – ha aggiunto – che io abbia omesso di riferire circostanze rilevanti o peggio che abbia mentito al Parlamento il 5 novembre scorso. Si sostiene che abbia riferito circostanze non vere al pubblico ministero che mi ha ascoltato il 22 agosto scorso a seguito della intercettazione di una mia conversazione con la compagna di Salvatore Ligresti. Mi si accusa, in sostanza di essere venuta meno ai miei doveri di ufficio e di aver addirittura tenuto un comportamento infedele nei confronti delle Camere. Non è più, dunque, solo questione che riguardi l’opportunità di alcuni miei comportamenti o l’appannamento della mia immagine. Viene, invece, messa in discussione la mia integrità morale, il mio onore e la mia fedeltà alle istituzioni». Parole accorate, che però non sono servite a placare le polemiche politiche che, come onde minacciose, si stanno abbattendo contro la sua poltrona in via Arenula.

Il Pd cambia idea, Letta no
Incombe infatti la votazione, fissata per mercoledì prossimo, della mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle e i partiti sanno di doversi misurare con un’opinione pubblica quanto mai severa contro i favoritismi del Palazzo. Ecco perché al barcollante ministro della Giustizia, che non accenna a dare le dimissioni (ma ogni volta ricorda di essere disponibile a fare un passo indietro se questo le verrà richiesto dal presidente del Consiglio), vengono adesso rimproverati da più parti comportamenti opachi, reticenze e omissioni. E sono parti importanti, visto che – nonostante l’appoggio del premier – si tratta in particolare di quasi tutto il Partito democratico. Negli studi di “Servizio pubblico”, il sindaco di Firenze non aveva lesinato critiche al segretario Guglielmo Epifani per la sottovalutazione del caso e adesso sa di potersi spingere nettamente per una censura del ministro. Da qui una serie di dichiarazioni esplicite che a catena hanno spinto anche gli altri candidati alla segreteria del Pd – timorosi la perdere la faccia con i loro militanti – a schierarsi a favore di un allontanamento della Cancellieri. Se Pippo Civati ne ha chiesto subito le dimissioni, per Gianni Cuperlo è invece «utile che il ministro verifichi con il presidente del Consiglio se ci sono ancora le condizioni per andare avanti con serenità nel suo ruolo di Guardasigilli». Gianni Pittella è ancora più duto: «Mi spiace ma deve dimettersi. E sarebbe molto meglio che fosse lei a fare un passo indietro, senza mettere i parlamentari di un partito che appoggiano il suo governo nell’imbarazzante situazione di dover votare una sfiducia a un proprio ministro». Sarà per questo che in serata la stessa Cancellieri ha deciso di giocarsi l’ultima arma a sua disposizione: l’appoggio di Re Giorgio, che ieri sera guarda caso l’ha ricevuta al Quirinale per discutere del seguito che si sta dando al suo messaggio alle Camere sulla questione carceraria. «Il presidente della Repubblica – recitava una nota del Colle – ha auspicato l’ulteriore pieno sviluppo dell’azione di governo avviata dal Ministro della Giustizia». Basterà per salvarle il posto?