La cannabis legale conviene mentre la repressione non paga. Così lo Stato si fuma 20 miliardi

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di Carmine Gazzanni

Un miliardo di euro ogni anno per le spese legate alla detenzione in carcere. Altri 9 milioni per sbrogliare tutti i fascicoli dei processi nati da una legge, la Fini-Giovanardi, riconosciuta incostituzionale ormai due anni fa (era il 12 febbraio 2014). E, di contro, un fatturato per lo Stato che potrebbe superare i 10 miliardi ogni due anni, se solo ci si decidesse a liberalizzare le droghe leggere. È questo, in sintesi, il quadro della macchina repressiva esistente oggi in Italia, una macchina che non fa alcuna distinzione (e che invece è sostanziale, come riconosciuto da studi medici e scientifici)tra droghe leggere e cannabis da una parte, e droghe pesanti dall’altra. E non è un caso che la legge, come detto, sia stata dichiarata incostituzionale. Da allora, a parte annunci, poco, troppo poco è stato fatto. Poco più di un mese fa un passo (piccolo) in avanti è stato fatto dal Governo Renzi, che, in consiglio dei ministri, ha depenalizzato il reato previsto per la coltivazione della marijuana per scopi terapeutici. Si è passati, infatti, da una sanzione penale a una amministrativa. Ma c’è di più: la depenalizzazione, infatti, vale solo per le strutture autorizzate. Insomma, se un privato, magari malato di Sla, volesse provvedere da sé, incorrerebbe ancora in un reato penale.

GUADAGNI E SPRECHI – Ma, a questo punto, proviamo a fare un passo in più e a immaginare cosa vorrebbe dire liberalizzare la cannabis. A rispondere è stata con un dettagliato dossier (“Yes, we cannabis”), l’associazione impegnata per la tutela dei diritti nel sistema penitenziario, “Antigone”. Innanzitutto non avremmo avuto i costi a cui, invece, abbiamo dovuto far fronte. A cominciare da quelli derivanti dalle oltre 250mila persone finite in carcere tra il 2006 e il 2014 (ovvero gli anni in cui è stata in vigore la Fini-Giovanardi): tenerle in “cella” ci costa ogni anno oltre un miliardo di euro (parliamo, cioè, di un terzo del totale dell’intero sistema penitenziario italiano). Ergo: abbiamo speso solo per la repressione più di 9 miliardi. Ma non basta. C’è poi la parte giudiziaria, con la valanga di processi nati spesso perché non c’è distinzione tra droghe pesanti e leggere, e che ha ingolfato pesantemente i nostri tribunali. Mediamente, le spese a riguardo hanno superato i nove milioni di euro l’anno. Si dirà: almeno l’uso di cannabis è stato bruscamente frenato. Niente affatto. Sono i dati a dirlo chiaramente: la percentuale di consumatori è rimasto costante. Con la differenza che oggi a guadagnarci sono le criminalità e non lo Stato. Domandina: di quanto parliamo? Secondo i dati forniti da “Antigone”, parliamo di un fatturato che potrebbe arrivare tra i 7,5 e i 13 miliardi di euro a biennio tra imposte sulla vendita e imposte sul reddito. Ergo: tra spese penitenziarie, giudiziarie e mancati introiti, lo Stato sta rinunciando a qualcosa come 20 miliardi. Bazzecole.

DROGATI DI INGIUSTIZIE – Ma c’è anche dell’altro. Perché la liberalizzazione, specie per quanto riguarda l’uso terapeutico, non solo rappresenta per quanto detto un El Dorado, ma anche un dovere civico, che oggi l’Italia non riconosce. E così si susseguono storie a dir poco surreali. Come quella di F.M, cameraman di successo, affetto da una grave forma di epilessia. Il giovane comincia a sperimentare e trarre sollievo dall’uso di cannabinoidi e decide, allora, di coltivare poche piante di cannabis. Peccato però che il cameraman venga arrestato e condannato alla pesantissima pena di due anni e otto mesi di reclusione dal tribunale di Roma, nonostante i giudici avessero riconosciuto l’ampia documentazione probante la patologia e l’uso terapeutico della cannabis. Esattamente come accaduto a G.T, un giovane lavoratore di 25 anni, condannato a un anno di carcere per aver coltivato marijuana per finalità terapeutiche. Alla madre, affetta da gravi patologie epilettiche, il medico aveva prescritto derivati cannabinoidi. Ma la procedura per l’importazione del farmaco si è presto rilevata interminabile, tanto che il giovane ha deciso di provvedere da solo. Fino, appunto, alla condanna. Nonostante nel dispositivo i giudici parlino dei “nobili motivi” dietro il gesto “criminale”. Ecco, stando così le cose, verrebbe da chiedersi chi è il “drogato”.

Tw: @CarmineGazzanni