Caporalato di Stato a Foggia. Indagata la moglie del prefetto. I pm parlano di turni massacranti e paghe da fame. L’alto funzionario del Viminale estraneo alla vicenda si dimette

Foggia Vaccaro
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Turni massacranti e sotto ogni genere di intemperie, il tutto per una paga di pochi euro al giorno. Si tratta dell’ennesima indagine sul caporalato portata avanti dalla Procura di Foggia, guidata dal procuratore Ludovico Vaccaro (nella foto), che ha arrestato cinque persone e ne ha messe sotto indagine ben sedici. Tra i nomi di quanti sono finiti sul registro degli indagati spicca il nome di Rosalba Bisceglia, moglie di Michele Di Bari che di mestiere fa il prefetto e capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno.

Incarichi istituzionali delicati dai quali l’uomo, subito dopo aver ricevuto notizia che la moglie è indagata, ha rassegnato le dimissioni che sono state immediatamente accolte dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

SENZA SCRUPOLI. Gli indagati, secondo quanto messo nero su bianco dal gip di Foggia, sono risultati “adusi all’utilizzo e allo sfruttamento di manodopera extracomunitaria a basso costo” e “hanno dato dimostrazione di una elevata professionalità nell’organizzare l’illecito sfruttamento della manodopera”. Come se non bastasse, prosegue l’ordinanza, “hanno palesato una non comune capacità operativa e una sicura impermeabilità al rispetto delle regole”.

In particolare avrebbero sfruttato e reclutato diversi braccianti extracomunitari, provenienti dall’Africa, all’interno dell’ormai tristemente nota baraccopoli di Borgo Mezzanone, un accampamento di fortuna in cui vivono duemila persone in pessime condizioni igienico-sanitari. Lavoratori che, poi, venivano portati nelle campagne della Capitanata per lavorare con una paga di pochi euro all’ora. Pesanti le accuse rivolte dalla Procura foggiana alla moglie dell’ormai ex prefetto Di Bari.

La donna, indagata in quanto socia amministratrice di una delle aziende agricole finite nel mirino dei pm, secondo quanto si legge nell’ordinanza era “consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento” dei lavoratori. In particolare, spiegano i magistrati, nell’azienda agricola in cui era socia amministratrice, i braccianti sarebbero stati pagati 5,70 euro l’ora e in ogni caso la paga complessiva non arrivava oltre i 35 euro, ossia ben sotto i 50 euro previsti dalle tabelle del contratto nazionale per un turno da sei ore e mezza.

Proprio per questo nel documento firmato dal gip si legge che i braccianti venivano impiegati nell’azienda “in violazione dei contratti collettivi nazionali (o territoriali) e comunque in maniera gravemente sproporzionata rispetto alla qualità e quantità del lavoro prestato”. Come se non bastasse, sempre secondo il gip, nell’azienda veniva anche violata la normativa relativa all’orario di lavoro e ai periodi di riposo, in quanto ai braccianti non veniva riconosciuta “la retribuzione per lo straordinario e le pause (salvo una breve per il pranzo)” e non era “consentito l’utilizzo di servizi igienici idonei”.

Accuse che la moglie di Di Bari ha immediatamente respinto al mittente spiegando che “la nostra è un’azienda che fa agricoltura da generazioni, la gestiamo io e le mie sorelle. Sono assolutamente serena per l’accaduto. Saprò dimostrare con carte alla mano la mia assoluta innocenza. Ho sempre pagato regolarmente con bonifici bancari”.

Una difesa che, evidentemente, non ha convinto né i pm né il gip di Foggia secondo cui la donna impiegava nella sua azienda “manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie” per la coltivazione dei campi “sottoponendo i predetti lavoratori alle condizioni di sfruttamento” desumibili “anche dalla condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro) e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie”.