Caro-bollette, per la Meloni la strada è strettissima

prima ancora della manovra il governo Meloni dovrà varare un nuovo decreto che ridia fiato a famiglie e imprese zavorrate dal caro-bollette.

Che a livello europeo non ci sia intesa sul tetto al prezzo del gas brucia tanto a Mario Draghi quanto a Giorgia Meloni. Per due ragioni differenti. Al premier uscente, acclamato a suo tempo come il salvatore della patria e accreditato di un prestigio internazionale forse più generoso di quello che realmente ha, brucia la sconfitta soprattutto a livello personale. Il price cap al gas è da sempre un suo cavallo di battaglia. Non essere riuscito nell’impresa di convincere i suoi colleghi europei, a partire da quelli di Berlino, a includerlo nel piano di contrasto al caro-energia può considerarsi una disfatta a tutti gli effetti.

CAMERA, INFORMATIVA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SUL CONSIGLIO EU DEL 17 LUGLIO

Prima ancora della manovra il governo Meloni dovrà varare un nuovo decreto che ridia fiato a famiglie e imprese zavorrate dal caro-bollette

Alla leader di Fratelli d’Italia, invece, non avere una sponda europea (o, più prosaicamente, non poter contare su fondi extra bilancio nazionale) crea più di un problema. La crisi energetica morde e prima ancora della manovra il nuovo esecutivo sarà chiamato a varare con tutta probabilità un nuovo decreto che ridia fiato a famiglie e imprese zavorrate dal caro-bollette. Le proteste di aziende e consumatori sono quotidiane e le stime sul caro-energia allarmanti.

Ma la coperta è corta, anzi cortissima. Di spazi di bilancio Roma, si sa, ne ha pochissimi. Nelle riunioni con i suoi fedelissimi Meloni ragiona con in mano le tabelle della Nadef. Che certificano margini per 10 miliardi in deficit per mettere in campo anche subito, non appena in carica, il nuovo provvedimento taglia-bollette. Ma si tratta di briciole, però, in confronto al maxi-intervento tedesco di 200 miliardi che non a caso subito l’alleato leghista Matteo Salvini chiede di replicare anche in Italia.

Ma lo scostamento resta l’ultima ratio, continuano a ripetere da FdI, perché gli occhi degli investitori, dei mercati e dei partner internazionali sono tutti puntati sulle scelte economiche che farà il nuovo esecutivo. E sbagliare la prima mossa potrebbe costare caro.

Ad ogni modo solo se si dovessero replicare per il primo trimestre del 2023 gli ultimi interventi introdotti dall’esecutivo uscente, potrebbero servire complessivamente circa 20 miliardi: dall’azzeramento degli oneri di sistema delle bollette, che costa circa 3 miliardi, all’Iva ridotta al 5% sul gas (500 milioni), dal credito di imposta rafforzato per le aziende (circa 4,7 miliardi al mese), al bonus sociale rafforzato, fino allo sconto sulla benzina (circa un miliardo).

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