Il decreto anti-speculazione ha arricchito i distributori: lo certifica l’analisi di Lorenzo Borga su Pagella Politica, sui dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e di Staffetta Quotidiana.
Nel febbraio 2026 la benzina alla pompa si scomponeva così: 43 centesimi di prodotto raffinato (il Platts Cif Med), 97 centesimi tra accise e IVA, 24 centesimi di margine lordo della filiera. Con l’escalation militare americana e israeliana in Iran, tra il 28 febbraio e il 16 marzo il Platts è salito da 43 a 52 centesimi, il gettito statale da 97 a 99. Il margine della filiera è rimasto fermo a 24. Lo stesso per il gasolio. La speculazione evocata dal governo, dunque, non era nei dati.
Il Decreto-Legge n. 33 del 18 marzo 2026 ha introdotto uno sconto di 24,91 centesimi al litro tra accisa e IVA, dal 19 marzo al 7 aprile, per un costo di 417,4 milioni di euro, secondo il Servizio Studi del Parlamento. Tra il 16 e il 18 marzo il margine lordo della benzina era a 17 centesimi. Tra il 20 e il 22 marzo era a 22: più 29,4 percento in quarantotto ore. Il gasolio da 15 a 20 centesimi, più 33,3 percento. La riduzione di una tassa si distribuisce lungo la filiera in base alle condizioni di concorrenza: dove esiste un’unica stazione di servizio il taglio fiscale finisce nei margini.
Caro carburanti, il decreto che ha premiato i presunti colpevoli
L’Articolo 1 imponeva alle compagnie di comunicare giornalmente i prezzi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e di pubblicarli online. Trasparenza come deterrente. Peccato che l’Agcm avesse già ragionato su questo: nel caso I681 del 2007 aveva sanzionato nove compagnie perché la diffusione dei “prezzi consigliati” allineava i listini in modo coordinato. Il decreto del 2026 ripristina per legge l’esatto contrario: un tabellone pubblico aggiornato ogni giorno che permette a ogni concorrente di adeguarsi verso l’alto senza accordi espliciti.
Il Garante per la sorveglianza dei prezzi, il cosiddetto “Mister Prezzi” Benedetto Mineo, ha un mandato circoscritto alla regolarità amministrativa: cartelli esposti, prezzi comunicati, niente rincari infragiornalieri. Il 20 marzo mattina il 40 per cento degli impianti non aveva recepito lo sconto e l’11,4 per cento aveva alzato i prezzi.
Le promesse che avevano già una scadenza
Nel 2022 Salvini costruiva la campagna elettorale sulla promessa di eliminare le accise anacronistiche, quelle legate alla guerra d’Etiopia, alla crisi di Suez, al Vajont. Arrivato al governo, la risposta è diventata l’accisa mobile: avrebbe dovuto ridurre automaticamente la quota fissa dell’accisa usando il maggior gettito IVA dei rincari. Nella crisi del marzo 2026 non si è attivata: richiede deliberazioni tecniche e soglie prolungate. Il governo ha dovuto varare il decreto d’urgenza, certificando il fallimento della soluzione strutturale che avrebbe dovuto renderlo superfluo.
In Senato Meloni ha definito «ingenerose» le accuse di aver alzato il carico fiscale, descrivendo gli aggiustamenti come «allineamenti delle accise» imposti dagli impegni del Pnrr. Renzi ha risposto con i dati della Ragioneria dello Stato: le rimodulazioni avrebbero tolto oltre 500 milioni ai cittadini nel breve periodo e garantito al bilancio 2,4 miliardi entro il 2032.
C’è un precedente che il governo ha ignorato. Il D.L. 5/2023 imponeva di esporre i prezzi medi regionali e nazionali calcolati dal Mimit. Il Consiglio di Stato nel 2024 ha annullato i decreti attuativi per sproporzione: i benzinai sono stati autorizzati a esporre cartelli in bianco. Tre anni dopo, lo stesso schema. Lo sconto scade il 7 aprile. Era scritto così, fin dall’inizio.