Case popolari lasciate vuote. Rimbomba l’eco della crisi

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di Andrea Koveos

Bilanci in rosso, guerra tra amministrazioni, arresti, sfratti e appartamenti murati. L’edilizia popolare milanese vive da anni una situazione drammatica, mentre la fame di alloggi con affitto agevolato aumenta di giorno in giorno. Se si scorre la graduatoria delle persone in attesa di una casa pubblica si rimane a bocca aperta: a fronte di appena mille appartamenti regolarmente assegnati dal Comune di Milano, 22 mila persone aspettano il proprio turno su un totale di poco più di 70 mila alloggi. Di questi 28 mila sono di proprietà del Comune, mentre la maggioranza degli immobili è dell’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale (Aler), che gestisce l’intero patrimonio.
Il rapporto tra i due enti è sfociato in un vero e proprio conflitto di competenze e di scarico di responsabilità con l’ultima clamorosa decisione da parte di Palazzo Marino di prolungare il contratto con l’Aler solo fino a giugno 2013. Un rinnovo tutt’altro che scontato come conferma l’assessore all’urbanistica, Lucia De Cesaris. Non basta. La vicenda delle case popolari ha toccato il fondo con i due arresti eccellenti: la responsabile Aler dei servizi generali di direzione, Monica Goi, per una vicenda di presunte gare d’appalto truccate e l’assessore regionale alla Casa Domenici Zambetti, accusato di voto di scambio.
In segno di discontinuità con il passato la Giunta Pisapia ha promesso un investimento di 20 milioni di euro ogni anno per la manutenzione. Manutenzione che rappresenta il vero tallone d’Achille della gestione complessiva delle case popolari. Infatti, nonostante il numero di appartamenti sia insufficiente, esistono 6.400 case sfitte che non possono essere assegnate. Perché? Perché il Comune non ha i soldi per ristrutturarle. Spesso si tratta di vecchie case prive di servizi igienici che richiedono lavori costosi, ma in altri casi basterebbero davvero pochi soldi per renderle agibili e disponibili a soddisfare la graduatoria.
Invece vengono lastricate, come si dice in gergo, per arginare il fenomeno delle occupazioni abusive. Aler e Comune usano questa tecnica per impedire a nuovi abusivi di entrare. Ma il fenomeno del mercato nero non è sconosciuto nemmeno a Milano. Dietro l’occupazione illegale degli appartamenti può nascondersi il racket delle case popolari gestito dalla malavita.
Come nel caso di Via Padre Luigi Monti dove operava il Clan capeggiato da Giovanna Pesco, detta la Signora Gabetti. Dietro le organizzazioni criminali si nascondono famiglie realmente bisognose di un tetto. A Milano gli abusivi sono più di 3mila e 300. A differenza di quanto accade a Roma, però, nella città lombarda sono stati messi i “custodi sociali”. I portieri di una volta che sono in grado di informare l’Aler sulla situazione degli alloggi e del degrado.
Una novità che ha reso più sicuri gli abitanti limitando in maniera esponenziale le occupazioni abusive. Ma la crisi si fa sentire e la ricerca di un alloggio è diventata spasmodica, varcando spesso i confini della legalità. I tentativi di occupazione aumentano (dodici in media ogni settimana) così come gli sgomberi dove a farne le spese sono i soggetti più deboli e indifesi. I piani manutentivi degli alloggi sfitti di Comune e Aler procedono a rilento e il risultato è che non ci sono case, soprattutto per i nuclei dalle tre persone in su, che quasi sempre coincidono con le famiglie con minori: le comunità alloggio sono piene di madri con figli vittime di sgombero.
Ci sono famiglie sfrattate da cinque mesi ospitate con costi elevatissimi dalla pubblica amministrazione. Eppure il tema non sembra essere al centro del dibattito politico. La legge regionale lombarda sull’edilizia pubblica che consentirebbe la costituzione di commissioni prefettizie di alleggerimento degli sfratti non sono state applicate in nessun comune della regione.

Esodati e stranieri gli inquilini delle abitazioni pubbliche

rima c’erano i meridionali. Poi sono arrivati gli egiziani e ora nelle case popolari si vedono anche i milanesi doc. E sono molti coloro che, dopo aver perso il lavoro, non possono più permettersi di pagare un affitto ai prezzi di mercato.
Così partecipano ai bandi pubblici e si mettono in lista d’attesa per avere un alloggio. Nella categoria dei nuovi poveri entrano di diritto anche gli esondati. Per questi ex dipendenti il Comune di Milano ha permesso di salire in cima alla graduatorie. Se da una mano dà, dall’altra però l’Amministrazione municipale è obbligata a togliere. Sono 7 mila, infatti, gli sfratti in esecuzione a Milano, altre migliaia nei comuni della provincia, nei quali spesso le famiglie sgomberate anche con minori non ricevono alcuna soluzione abitativa e assistenziale.
E’ successo anche in via San Marcellina a Niguarda: il giudice aveva disposto lo sfratto per una famiglia con un anziano di 86 anni invalido al 100% con necessità di accompagnamento e per il quale le autorità avevano richiesto la presenza di un medico della ASL e un’ ambulanza per un possibile ricovero in Ospedale. Ma la solidarietà dei vicini e il presidio organizzato dall’Unione Inquilini ha per il momento rimandato lo sgombero. A Milano il passaggio da casa a casa per le famiglie sfrattate è ormai un ricordo e anche le famiglie che hanno visto riconosciuto il diritto all’assegnazione in emergenza, soprattutto quelle dalle quattro persone in su, aspettano per molti mesi in albergo o in comunità, con i conseguenti disagi e i forti costi per il Comune.
Accanto agli extracomunitari, dunque, sullo stesso pianerottolo vivono anche i milanesi doc la cui fragilità si presenta con un accento più allarmante per coloro che non hanno una casa. Per costoro l’affitto è vissuto come una “non scelta”, un’ esclusione cioè dal mercato della proprietà.
Tanti connazionali alla ricerca di un tetto, come Augusto che da 15 anni occupa abusivamente un appartamento ma non manca di pagare regolarmente tutte le bollette, accanto a lui abita un tunisino. Italiani, certamente, ma gli stranieri aumentano di giorno in giorno. Per alcuni le case popolari vengono assegnate più facilmente a chi viene da un altro Paese.
Difficile fare una stima delle diverse etnie che occupano gli appartamenti pubblici. Una cosa è sicura: le case popolari sono separate dal resto del mondo. Per superare fenomeni di ghettizzazione e degrado una strada possibile è quella dell’housing sociale, riqualificando gli stabili di edilizia residenziale pubblica esistenti puntando su infrastrutture moderne e vivibili. Patto di stabilità permettendo.