Caso Becciu, i giudici d’appello dichiarano la “nullità relativa”: processo vaticano di primo grado da rifare

"Una situazione inedita". Così i giudici hanno definito il primo grado che condannò Becciu a 5 anni e 6 mesi. E che ora torna in discussione

Caso Becciu, i giudici d’appello dichiarano la “nullità relativa”: processo vaticano di primo grado da rifare

Era stata una delle grandi battaglie per la trasparenza della Segreteria di Stato condotte da Papa Bergoglio e aveva portato, per la prima volta nella storia, un cardinale a essere processato e condannato da un tribunale laico vaticano a 5 anni e 6 mesi di reclusione per peculato e truffa aggravata. Ma ora quella storica svolta rischia di essere cancellata.

La Corte d’Appello vaticana ieri ha infatti annullato il primo grado del processo al cardinale Angelo Becciu, al finanziere Raffaele Mincione e a Cecilia Marogna, per l’acquisto di un edificio a Sloan Avenue, a Londra, a causa di alcuni “errori procedurali”.

“Nullità relativa”, ma la sentenza di primo grado resta valida

La Corte “non dichiara la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado: del dibattimento come della sentenza”, scrivono i giudici della Corte di Appello della Santa Sede, “questi infatti mantengono i propri effetti tanto nei confronti degli imputati che delle parti civili e del giudice di secondo grado”. “Analogamente, nel nuovo dibattimento non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati prosciolti”, aggiungono.

I rilievi dei giudici dell’Appello

La questione principale, tra i vari rilievi, sarebbe il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del Promotore di giustizia. Le difese del cardinale Becciu, come degli altri condannati in primo grado nel processo per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato, avevano chiesto in appello  di dichiarare il giudizio nullo, perché il Promotore di Giustizia avrebbe effettuato un deposito incompleto di quanto era risultato dall’istruttoria; alcuni documenti erano poi stati riprodotti coperti da omissis e non nella loro versione integrale.

Le difese contestavano anche che non erano stati “pubblicati tempestivamente” i Rescripta di Papa Francesco, con i quali aveva modificato le norme derogando al codice di procedura.

Una situazione inedita

L’ordinanza della Corte d’appello fa notare che ci si trova di fronte ad una situazione inedita perché “nelle pronunce dei giudici vaticani non si rinvengono precedenti che facciano riferimento al deposito parziale del fascicolo istruttorio o al deposito di documenti parzialmente coperti da omissis”. Ma per i giudici è evidente il mancato rispetto del “principio della piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase istruttoria da parte dell’imputato e del suo difensore”.

Di qui la decisione di “nullità relativa” perché è stato “viziato un atto fondamentale del giudizio, quale è la citazione” e ora “ha come effetto che la Corte d’appello debba ritenere il giudizio e ordinare la rinnovazione del dibattimento avanti a sé”. La prima udienza è fissata per il 22 giugno 2026.

La condanna di Becciu

I giudici dovranno quindi confermare se, come aveva sancito il primo grado, Becciu abbia destinato 200 milioni di dollari (circa un terzo dei fondi allora in dote alla Segreteria di Stato) a un fondo speculativo altamente rischioso per l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue. Secondo i giudici, l’uso di quei fondi violava le norme canoniche sulla gestione dei beni ecclesiastici.

Inoltre il cardinale era stato condannato anche per aver inviato 125.000 euro di fondi vaticani alla cooperativa Spes, legata alla Caritas di Ozieri, presieduta da suo fratello. La Corte aveva infatti ravvisato un interesse privato nel favorire i propri familiari. Dal canto suo, il cardinale si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che le decisioni erano state condivise e che non ci fu arricchimento personale.

Di sicuro, la sua condanna aveva segnato un momento storico per la giustizia vaticana, perché aveva messo in luce l’attività finanziaria della Segreteria di Stato e portato maggior trasparenza nella gestione dei fondi. Trasparenza che ora rischia di essere solo un ricordo.