Caso Renee Nicole Good, si accende lo scontro politico negli Stati Uniti sul metodo Trump

Una cittadina americana uccisa in un’operazione federale. Le versioni ufficiali, i video e il silenzio politico. Ecco cos'è successo

Caso Renee Nicole Good, si accende lo scontro politico negli Stati Uniti sul metodo Trump

Minneapolis, 7 gennaio 2026. Ore 9.35. Nel quartiere di Powderhorn, a sud della città, durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement, un agente federale spara contro una donna alla guida della propria auto. Si chiamava Renee Nicole Good, aveva 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre figli. Muore pochi istanti dopo.

L’Immigration and Customs Enforcement (Ice) stava conducendo l’operazione “Metro Surge”, un dispiegamento straordinario di agenti federali in un’area residenziale. Nelle ore successive, il Department of Homeland Security sostiene che la donna abbia “usato il veicolo come arma” e che l’azione rientri nella risposta a una “minaccia terroristica interna”. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem parla di legittima difesa. Il presidente Donald Trump, sui social, definisce la vittima un’“agitatrice professionale”.

I video e la versione federale

Peccato che non sia così. I video amatoriali diffusi nelle ore successive mostrano una sequenza diversa. L’auto di Good è ferma. Due agenti si avvicinano e tentano di aprire la portiera. La donna inserisce la retromarcia per allontanarsi. Poi ingrana la marcia avanti, sterzando per aggirare gli agenti. Un terzo agente, posizionato lateralmente e fuori dalla traiettoria del veicolo, estrae l’arma e spara tre colpi a distanza ravvicinata. I proiettili colpiscono parabrezza e finestrino laterale. La donna viene raggiunta alla testa. L’auto prosegue per alcuni metri prima di schiantarsi contro veicoli parcheggiati.

Dalle immagini risultano agenti in piedi subito dopo lo sparo. I soccorsi vengono ritardati mentre l’area viene isolata dagli agenti federali. L’inchiesta viene rapidamente ricondotta sotto giurisdizione federale.

Sul piano politico, a Washington la difesa dell’operato dell’ICE arriva dal Dipartimento per la Sicurezza interna e viene rilanciata dalla Casa Bianca come conferma della linea di “tolleranza zero” verso chi intralcia le operazioni federali. Sul fronte opposto, la deputata del Minnesota Ilhan Omar chiede verifiche indipendenti sull’uso della forza. Il governatore Tim Walz invoca “chiarezza rapida”, ricordando che la competenza resta federale.

Le reazioni in Italia e la linea atlantica

A meno di un miglio dal luogo dell’uccisione, nel 2020, George Floyd moriva durante un arresto della polizia locale. Sei anni dopo, nello stesso quadrante urbano, la forza letale viene esercitata da un’agenzia federale durante un’operazione di ordine pubblico.

L’episodio si inserisce nella deforme spinta dell’Ice: reclutamento accelerato, standard di addestramento ridotti, agenti operativi spesso senza identificativi visibili, catena di comando direttamente dipendente dall’esecutivo. Il professore di Economia de La Sapienza, Fabio Sabatini, descrive l’agenzia come un apparato che risponde alla presidenza con un sistema di detenzione parallelo e una dottrina operativa centrata su obiettivi numerici. Quasi “alla Ceausescu”. 

In Italia, la reazione politica resta compressa. Palazzo Chigi evita dichiarazioni, per non urtare l’amato Trump. Alla Farnesina, il ministro degli Esteri Antonio Tajani richiama in forma generale “i valori democratici e lo stato di diritto”: una frase di comodo, che non dice nulla. Dalle opposizioni arrivano invece prese di posizione dirette: Elly Schlein chiede una condanna formale, Giuseppe Conte parla di violenza politica coperta da retorica securitaria. Nel campo della maggioranza pesa anche il silenzio di Matteo Salvini, abitualmente rapido nel sostegno alle politiche di frontiera trumpiane. Oggi insolitamente zitto. 

L’agente che ha sparato resta in servizio. L’operazione federale prosegue. La qualificazione dell’episodio come terrorismo resta agli atti. Intanto il presidente Trump è ormai in guerra con tutti: con gli arabi per Gaza, con il Sudamerica, con la Cina, con la Russia, con l’Europa e ora anche con i suoi stessi cittadini. Voleva il Nobel per la pace, ricordiamolo.