Che follia limitare le banconote

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Sergio Patti

L’economia italiana non si risolleverà mai fin quando non si rimetterà in circolo il denaro. Non quello di plastica o virtuale: il denaro contante. Quello vero. A dare questa ricetta, apparentemente banale e anche interessata, non è qualche sparuto commerciante ma un vero e proproprio movimento che sta montando tra gli operatori economici. A partire dai commercianti, è vero, ma sempre più esteso agli artigiani e ai piccoli imprenditori, agli albergatori e a tutto il settore del turismo, ai gioielleri e all’intero comparto della moda. Sì, una delle nostre eccellenze al mondo – le grandi griffe – sono avvelenate per gli affari d’oro che stanno perdendo a causa del limite all’utilizzo del contante che lascia senza parole la ricca clientela internazionale, quella abituata ad entrare nei negozi e spendere centinaia di migliaia di euro in bigliettoni sonanti senza battere ciglio. In tutto il mondo questi clienti se li coccolano. Qui invece o pagano con le carte di credito o possono andare via. E quasi sempre va così: vanno via senza acquistare nulla.

NUOVE REGOLE
Il movimento che chiede di ripensare i vincoli alla circolazione del contante, introdotti da una legislazione che giustamente puntava a contrastare l’evasione fiscale, è oggi ancora in uno stadio carsico, sotterraneo, ma a scambiare quattro parole con centinaia di imprenditori non è facile trovarne uno che non chieda di cambiare le regole. Combattere l’elusione fiscale è giusto, sono tutti d’accordo, ma non a costo di buttare il bambino con l’acqua sporca, paralizzando le transazioni economiche e soprattutto creando un clima di sospetto ogni qualvolta si tirino fuori le banconote. Un fenomeno tanto crescente che ieri persino il Corriere della Sera ha dedicato un lungo servizio proprio al blocco dei contanti e al malessere crescente tra i commercianti del triangolo della moda di Milano.

SALVA ITALIA?
Per i ricchi turisti che nulla sanno del decreto Salva Italia del governo Monti (con cui fu imposta la soglia massima per i pagamenti in contanti a 999 euro) gli italiani sembrano volersi far male da soli. Anche negli hotel, per molti stranieri non poter pagare in contanti è un problema che risolvono facilmente andando in vacanza da altre parti nel nmondo. È ora di far qualcosa, ha sostenuto martedì scorso la Cna, l’associazione degli artigiani, ascoltata in Parlamento dove si sta discutendo del decreto competitività (in approvazione alla Camera). Pur apprezzando un graduale superamento del contante, l’associazione guidata da Daniele Vaccarino ha spiegato che l’obbligo di accettare i pagamenti attraverso carte di debito per quanti vendono prodotti o prestano servizi genera, di fatto, un disequilibrio tra costi e benefici per gli operatori economici minori, come gli artigiani. E, pur non essendo dotata di una sanzione, la disposizione nella sostanza la introduce, creando un conflitto tra gli operatori economici e i clienti, che potrebbero rivolgersi alla concorrenza. Il movimento per tornare a usare un po’ più di contante cresce.

Pagamenti elettronici, l’Eldorado delle banche

di Carola Olmi

Italia fuori legge nei pagamenti elettronici. Il Libro verde della Commissione europea sui pagamenti attraverso i Pos individua in sicurezza, efficienza e competitività le tre pre-condizioni del processo di modernizzazione dei pagamenti e anche dell’alleggerimento del costo del contante, che oggi grava per metà sulle banche e per metà sugli operatori e i consumatori. Quanto a sicurezza, sembra che il sistema italiano risponda ai requisiti di Bruxelles. Diverso è però il ragionamento sul fronte dell’efficienza e della competitività. Per efficienza il sistema non brilla: i costi fissi troppo elevati rischiano di far pagare il cambiamento agli operatori che fanno poche, e poco ingenti, operazioni. Né – secondo la Cna – sarebbe garantita la concorrenza, perché nei fatti sembra in attività una sostanziale sorta di cartello senza garanzie di trasparenza. Nel mirino finiscono così le diverse proposte commerciali delle banche e delle altre società finanziarie emittenti di carte di debito, spesso opache. Manca inoltre una pubblicazione dei valori delle commissioni interbancarie e un indice sintetico di costo che ne consenta una comparazione.