Che mafia con le confische. Riutilizzato solo il 3% dei beni. Tra Governo e tribunali non c’è collaborazione

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Carmine Gazzanni

Uno dei più validi strumenti nella lotta alle mafie, si sa, è quello delle confische, perché è nei beni economici e nei possedimenti visibili che le criminalità giocano, specie al Sud (ma ormai non solo lì), un fondamentale ruolo egemonico. Ed è per questo che lo Stato, nel tentativo di debellare la metastasi criminale, parte proprio dalle confische e dai sequestri, primo segnale concreto della supremazia dello Stato all’antistato. Peccato però che tutto questo è sì vero, ma solo in teoria. Secondo l’ultima relazione presentata ieri in Parlamento e riguardante la consistenza, la destinazione e l’utilizzo dei beni sequestrati e confiscati, soltanto il 3% di questi viene riassegnato dallo Stato. Per il 97% dei casi, invece, tutto rimane bloccato. Inutilizzato. Quasi come se le istituzioni avessero paura di compiere l’ultimo passo.

UN FIASCO – I dati, clamorosi, sono aggiornati al 30 settembre 2015. Nella banca dati dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati (ANSBC) ritroviamo ben 148.056 beni. Una montagna di terreni, immobili, aziende o beni finanziari che potrebbero essere utilizzati da associazioni, comuni, enti pubblici per i fini sociali più variegati. Peccato però che, di questi, solo 5.721 risultatano essere stati assegnati. Tutti gli altri, per ora, sono semplicemente inutilizzati. Le ragioni? Certamente i tempi della giustizia biblici per i quali, spesso, bisogna aspettare anni prima che la confisca diventa definitiva e dunque si provveda alla riassegnazione. Ma non basta. Il reale motivo per cui una fetta così irrisoria di beni sia stata assegnata è tragicomica. Secondo quanto si legge nella relazione, infatti, il Codice Antimafia del 2011 prevede che sia l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati a deliberare la destinazione del bene. E fin qui nulla da eccepire. Ma andiamo avanti. Tale deliberazione deve avvenire “sulla base della stima del valore”, che da regolamento deve essere fatta dall’amministratore giudiziario. Ovvero, i tribunali. Peccato, però, che gli uffici giudiziari, continua ancora la relazione, non inseriscono quasi mai nella banca dati il valore del bene. Con la conseguenza, dunque, che alla fine alla confisca non segue la riassegnazione. Con un danno potenziale, ovviamente, di centinaia di milioni di euro. Ed è entrando ancora più nel dettaglio che si capisce l’esigenza di dover cambiare passo. Solo negli ultimi 4 anni (2011-2015), infatti, sono stati iscritti nella banca dati 76.818 beni, ma assegnati solo 1.242. In pratica l’1,5%. Una miseria. E se prendiamo in esame sol0 l’ultimo anno, i dati sono ancora più clamorosi: tra immobili e terreni 479 destinazioni. Con distretti giudiziari che non hanno provveduto a riassegnare nulla. Qualche esempio? Un solo bene destinato a Messina, zero tra Catanzaro e Reggio Calabria, zero a Roma. Nonostante queste siano città dove le indagini hanno portato negli anni a sequestri pesanti per le mafie. Che però, in questo modo, hanno tutto il tempo per rimettersi in piedi.

Twitter: @CarmineGazzanni