Un convoglio bianco, partito da Palermo e diretto a Lourdes, per l’ultima volta. Dietro il fischio di quel “Treno Bianco” ci sono oltre 120 anni di storia, di pellegrinaggi, di volontari instancabili e malati resilienti in viaggio per 50 ore. A questo rito collettivo, sospeso tra fede, fragilità e resistenza, il regista Valerio Filardo dedica il docufilm “Chi sale sul treno – Ultimo viaggio”, prodotto da Invisibile Film con Cinefonie, Apnea Film e Webreak e distribuito da Mescalito Film, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Doc Film Fund.
Il debutto è oggi, 25 marzo, in anteprima al Cinema Massimo di Torino, mentre domani, 26 marzo alle 19.30, sarà presentato a Milano al Cinema Beltrade. L’opera ha già ottenuto una menzione speciale al Festival de Cine Italiano de Madrid per la capacità di raccontare una realtà sociale che va oltre la religiosità, facendo del treno una metafora della vita e dell’empatia umana.
Un microcosmo in movimento
Nel documentario la cinepresa non scende quasi mai dal treno: resta nei corridoi, nelle cabine, accanto ai letti. Non c’è voce narrante, solo le voci dei protagonisti e il respiro metallico del convoglio. È lì che incontriamo Rosella, volontaria instancabile; Francesco, giovane con distrofia muscolare per il quale quel treno è uno dei pochi luoghi in cui muoversi e socializzare è davvero possibile; Francesca, medico che unisce competenza e delicatezza e Mimmo, ferroviere e custode silenzioso di ogni carrozza.
Da queste presenze nasce un racconto corale fatto di solidarietà concreta, tempo donato, fatica condivisa. Ma anche di cambiamento: il film mette a nudo la crisi del volontariato, la difficoltà di trovare nuove persone disposte a salire su quel treno, soprattutto tra i più giovani. È il segno di una distanza crescente da un mondo in cui non ci sono schermi dietro cui nascondersi, ma solo corpi, dipendenza dagli altri, vulnerabilità.
Perché era importante realizzare un docufilm su questo ultimo viaggio del Treno Bianco?
«Direi innanzitutto – spiega Valerio Filardo – perché questo ultimo viaggio si presenta come una metafora di un tempo che è andato e di un tipo di socialità che ormai si sta perdendo, ma che forse bisognerebbe provare a recuperare. È la fine di una tradizione, certo, ma anche lo specchio di una trasformazione molto più ampia. In secondo luogo, questo viaggio rappresenta una collettività in movimento: un tipo di società che esiste, che è resiliente, che fa fatica a scomparire. Dentro il Treno Bianco c’è un mondo che resiste all’individualismo e alla fretta, che si prende il tempo di stare accanto a chi è più fragile. Per questo sentivo l’urgenza di raccontarlo adesso, prima che sparisse del tutto».
Nel film il treno è molto più di un mezzo di trasporto…
«Per me il treno è un corpo vivo, lento, carico di memoria – precisa Filardo – La cinepresa entra nel cuore pulsante di questa esperienza seguendo il respiro del treno e delle persone che lo abitano. Volevo che lo spettatore assumesse quasi il punto di vista del treno: uno sguardo denso, ‘ferroso’, che viene dal passato e si posa interrogante sul presente fatto di cartelloni pubblicitari a LED, stazioni tutte uguali, velocità esasperata. Il Treno Bianco diventa allora una sorta di bolla, un non-luogo dove salgono pellegrini che cercano un senso alla propria vita e spesso un senso di appartenenza a sé stessi prima ancora che alla società»
Nel momento in cui questo treno si ferma per sempre, abbiamo fallito come società?
«In parte sì – risponde Filardo- ma quello che rappresenta questo treno è un tempo dilatato, umano, che permette la relazione, lo scambio sociale. Oggi viviamo in una società che ha trasformato il tempo della vita in un tempo quasi ‘futurista’, ossessionato dalla velocità, dai treni ad alta velocità, dal dinamismo esasperato che deforma l’immagine delle cose. Smettere questo treno significa anche accettare la morte di un tempo che favorisce l’incontro, l’ascolto, la condivisione del dolore»
Lei ha spesso definito il film come l’incontro tra il viaggiare in treno e il pellegrinaggio. Cosa significa esattamente?
«Il film vuole raccontare proprio questo: il significativo incontro tra la dimensione del viaggiare in treno e la pratica del pellegrinaggio. Il viaggio in treno, per sua natura lento e contemplativo, è in grado di riportare il passeggero alla sua dimensione umana e sociale. Quando questa lentezza incontra il rito collettivo del pellegrinaggio, l’esperienza si carica di significati più profondi di quelli che appaiono in superficie. In un mondo dove la sofferenza esiste solo nella sua spettacolarizzazione, il Treno Bianco restituisce invece uno spazio sacro, non solo in senso religioso, ma profondamente umano, in cui il dolore non è nascosto, bensì condiviso e trasformato in relazione», conclude Filardo.
“Chi sale sul treno”, non è solo la cronaca dell’ultimo convoglio da Palermo a Lourdes. È uno sguardo lucido sul rischio che corriamo quando il prendersi cura degli altri smette di essere una priorità. Nel lento avanzare del treno, ogni assistenza prestata, ogni notte in bianco, ogni sosta in stazione diventa il tassello di una comunità che sceglie di non lasciare indietro i più deboli.
Finché qualcuno sarà disposto a “salire su quel treno”, reale o simbolico, l’idea di una comunità capace di fermarsi, ascoltare e farsi carico della fragilità dell’altro continuerà a vivere. Il film di Filardo prova a fissare su schermo quell’istante sospeso, prima che le porte di quel treno si chiudano per sempre.