Le Comunali non frenano Conte. Sprint per la riorganizzazione del M5S. Si ripartirà con una chiara struttura a livello locale. I territori torneranno ad avere un ruolo chiave

Conte M5S
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Chi si ferma è perduto. Questo è forse quello che ha pensato Giuseppe Conte dopo i risultati elettorali (leggi l’articolo). Una batosta, non c’è ombra di dubbio. Ma forse conseguenza di un cambiamento certamente ancora non percepito da gran parte degli elettori, un po’ per il poco tempo a disposizione un po’ per errori di comunicazione e di strategia. Ma Conte, dice chi lo conosce bene, è convinto di una cosa: la strada intrapresa è quella giusta. “Questo è il momento della semina”, ha non a caso detto pochi giorni fa, segno che lui per primo non si aspettava di raccogliere i risultati in così poco tempo. E dunque la domanda è d’obbligo: da dove ripartire?

L’ex presidente del Consiglio ha ben chiara quale potrebbe e dovrebbe essere la road-map. Il primo punto da cui partire è senz’altro l’organizzazione interna del nuovo Movimento. Centrali saranno i territori. Lo sa bene Conte e lo sanno bene i tre membri (Luigi Di Maio, Roberto Fico e Virginia Raggi) del Comitato di Garanzia: ecco perché non a caso lo stesso neo-presidente del Movimento ha girato le piazze d’Italia, anche quelle non chiamate direttamente al voto delle comunali. La ragione? Dare un segnale chiaro e forte agli elettori (che per il momento, com’è evidente, è arrivato solo in parte: le piazze, il “contatto”, i banchetti, le chiacchierate post-convegni, i territori torneranno centrali nel nuovo volto del Movimento.

Affinché questo accada, però, Conte sa bene che occorre ripartire da una gestione più oculata degli attivisti locali. L’idea, come spiegano fonti interne al Movimento, è “combinare” ciò che proprio del Movimento – il suo aspetto liquido, il suo essere prima di tutto tra la gente e non nelle stanze del potere o dei partiti – con ciò che invece si può prendere a prestito proprio dalle altre forze politiche (appunto una maggiore strutturazione a livello locale, di modo che siano noti i referenti locali sia a livello centrale sia per i singoli attivisti nelle città).

Questa nuova organizzazione dovrà andare di pari passo con una nuova comunicazione: meno populista – com’è nello spirito di Giuseppe Conte – ma anche aggressiva com’era ai tempi del “primo” Movimento. “È fondamentale – spiega non a caso una fonte interna dei Cinque stelle – che torniamo ad avere una nostra identità. Le ultime elezioni ci hanno detto che è come se gli elettori ci percepiscono come ‘stampella’ di supporto del Pd. E questo non va bene. Noi dobbiamo continuare ad essere diversi da tutto e da tutti perché quella è la nostra forza”. Un’idea, questa, condivisa da tutti, non solo da Conte, e da cui dunque ripartire.

GLI AGGUATI ESTERNI. Ci sono poi problematiche “esterne”, di “coalizione” per così dire. E che potrebbero essero ugualmente urgenti. “Le dichiarazioni post-elettorali di Carlo Calenda e Matteo Renzi – spiega la stessa fonte – testimoniano che Italia Viva e Azione vedono di cattivo occhio il Movimento. Ciononostante non vorrebbero uscire dalla coalizione col Pd sapendo che, con la caduta in picchiata del centrodestra, potrebbe essere un buon cavallo da corsa. E allora stanno approfittando della situazione per sparare a zero contro di noi”.

Che non corra buon sangue, d’altronde, è cosa nota. Ed effettivamente anche le ultime dichiarazioni prima di Renzi (“Il Pd liberato dall’abbraccio dei Cinque Stelle vince. Altro che Conte o morte. Se il Pd è riformista se la gioca, se il Pd insegue i populisti perde”), poi di Calenda (“Appoggiamo il Pd a Roma, ma niente grillini in giunta”), rivelano un’insofferenza. Che, chissà, potrebbe essere anche una strategia.