Confindustria voleva abolirlo, ma ora si tiene stretto il Cnel. Il carrozzone pubblico resta in mano a industriali e Compagnia delle Opere

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Sui social è subito partita l’ironia: adesso al Cnel stanno festeggiando lo scampato pericolo. Del resto quella sulla soppressione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che non è mai riuscito a dare un senso preciso alla sua esistenza pluridecennale, era una delle domande qualificanti del referendum. Festeggiamenti o meno, un dato è certo: il Consiglio, sulla carta chiamato a esprimere pareri e a promuovere iniziative legislative, adesso continuerà a vivere e a costare, sebbene in misura inferiore rispetti ai “fasti” (leggasi sprechi) del passato. Ma soprattutto è curioso notare come il Cnel sia oggi presieduto, in qualità di facente funzione, da un esponente di Confindustria, ovvero di quella associazione degli industriali che aveva preso posizione a favore del Sì alla consultazione, e quindi anche dell’abolizione dell’organismo. Nel ruolo di presidente, più nel dettaglio, troviamo Delio Napoleone, che siede nel Consiglio dal lontano 2000 proprio come esponente di Confindustria. Del resto Napoleone, dopo una gavetta nell’associazione degli industriali di Pescara, ha fatto parte della giunta di Confindustria dal 1997 al 2009. Ed è stato nominato vicepresidente del Cnel nel 2015. In quello stesso anno, giova ricordare, si era dimesso l’ex ministro berlusconiano Antonio Marzano, il cui ultimo stipendio si era attestato sui 187 mila euro (ma negli anni precedenti aveva anche superato i 200 mila).

I profili – Di più, perché oggi Napoleone è supportato da un vicepresidente che è un altro membro “storico” del Consiglio, presente nei suoi ranghi dal lontano 2001. Parliamo di Gian Paolo Gualaccini, espressione di un’altra lobby molto in voga, la Compagnia delle Opere, ossia il braccio finanziario di Comunione e Liberazione. Nella stessa Compagnia delle Opere Gualaccini è stato prima responsabile delle relazioni esterne (dal 1994 al 2001) e poi vicepresidente (dal 2000 al 2006). Chi oggi si trova a difendere l’organismo ammette che così com’è non serve a nulla (qualche anno fa era arrivato a costare 20 milioni l’anno, poi drasticamente ridotti). E sostiene che deve essere riformato, magari cercando di valorizzare la funzione di sintesi tra le parti sociali. Eh sì, perché nel Cnel in epoche passate avevano una bella poltrona anche i leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. E tutti insieme riuscivano a percepire un bel compenso, che negli ultimi anni si è aggirato intorno ai 25- 30 mila euro, partecipando si è no una volta al mese alle assemblee. Oggi, dopo aver scampato l’abolizione, il Cnel continua comunque a essere un carrozzone presidiato dai soliti noti. Per questo, se proprio non lo si vuole abolire, lo si deve come minimo rivisitare nel profondo.

Twitter: @SSansonetti